Il film vive di quell’incertezza tipica dei racconti fantastici di fine Ottocento e su di essa si costruiscono tutte le fasi della pellicola: il brivido della scena violenta (che non manca) non sostituisce mai in alcun modo la tensione creata dalla spaesante situazione in cui sono calati i personaggi. Un’epidemia che induce le persone al suicidio sembra essersi propagata in tutto il nord-est degli USA. Le cause? Ignote sino all’ultimo, come vuole la migliore tradizione fantastica che DEVE lasciare lo spettatore/lettore nell’incertezza, ma tra le varie ipotesi (attacco terroristico, esperimenti del governo) quella predominante tra i portagonisti sembra quella di una tossina liberata dalle piante per sterminare l’uomo, che da tempo ormai ha completamente perso il rispetto per la ntura di cui un tempo faceva parte. La natura si ribella e si vendica. E uccide. Gli alberi che inducono al suicidio mi rimandano a inversi echi danteschi, ma è interessante notare come le piante uccidono gli uomini. La tossina viene liberata dalle piante solo in presenza di gruppi numerosi di persone, come se la vegetazione volesse distruggere l’unità base della società, ovvero il gruppo: distruggendo il gruppo, mina la società che col suo sviluppo ha stuprato la Terra. Ancor più significativa, e subdola, è l’induzione al suicidio, come se gli alberi costringessero gli uomini verso un pentimento che sanno che non arriverà mai, come se volessero negare quella volontà e razionalità che ha permesso all’uomo di diventare l’anti-animale che è ora. E forse non è un caso che nel film prima di suicidarsi gli uomini perdano proprio quella ragione che tanti danni ha provocato… Pertanto onore a Shymalan che usa il suo enorme talento di narratore fantastico per farci riflettere sui problemi ambientali che si fanno sempre più pressanti e gravi. Certo poi il film non è perfetto: la claudicante storia d’amore di sottofondo è tanto banale quanto mal sviluppata, ma siamo comunque già anni luce dai patetismi del prete senza fede di “Signs”. Il finale poi ci riguarda da vicino e ci dice “non è solo colpa degli americani se la Terra è in pericolo, fatevi il vostro piccolo esame di coscienza europei…”
Recensione: E Venne il Giorno
Un film di M. Night Shyamalan. Con Mark Wahlberg.
Ed ecco il nostro caro Shyalaman tornare sugli schermi con la sua nuova pellicola… Dopo la parentesi fiabesca di “Lady in the water”, ritorna alle atmosfere a lui più congeniali del film d’atmosfera e tensione. E, diciamolo subito, dà i suoi frutti migliori dopo “Il sesto senso” e “Umbreakable”. Se infatti in “Signs” la tensione verso metà precipita e se in “The Village” il finale è troppo forte e spiazzante, qui tutto è al suo posto. Lo spettatore è completamente immerso in quell’incertezza tipica dei film del regista indiano, e qui finalmente trova un equilibrio senza cadere nel grottesco.
Parlando di un autore come Shymalan è impossibile non fare riferimento alla sua intera filmografia, soprattutto tenendo conto della qualità calante delle sue ultime pellicole.
La validità di “Signs” era minata dall’incoerenza di fondo della trama (alieni dotati di una tecnologia che gli permette di viaggiare nello spazio, ma così stupidi da atterrare su un pianeta coperto per 3/4 di una sostanza per loro letale?)
Il finale di “The Village” invece era eccessivamente sconvolgente. Un finale con un colpo di scena, per quando clamoroso possa essere, deve far luce sugli eventi del film, magari anche cambiando completamente il punto di vista, ma non stravolgere il film stesso, sconvolgendo tutto quel che è stato costruito (compreso spazio e tempo) nel restante 95% della pellicola.
“E venne il giorno” fa funzionare tutto seguendo le semplici regole del fantastico, usate però per sensibilizzare le menti di una civiltà sul tracollo energetico-ambientale.
Cento di questi film, Mr. M.Night.
Dallo stesso regista: Il sesto senso, Sings, The Village


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