Scimmie Artiche nel deserto
Il terzo album è sempre il banco di prova definitivo. Il primo è il debutto, il secondo la conferma e il terzo è quello che fa capire se la band ha un futuro o no. Il caso degli Arctic Monkeys poi è ancora più particolare: in un periodo in cui tutte le band indie più importanti tentano di innovarsi con l’inserimento di elementi di elettronica con più (vedi i Franz Ferdinand) o meno (vedi i Gossip) successo, gli Arctic Monkey vanno tutta da un’altra parte… Dopo l’incupimento e l’aggiunta di spessore che “Favourite Worst Nightmare” aveva apportato rispetto a “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not” la band inglese prosegue su questa linea e “Humbug” arriva ad avere spesso delle atmosfere che ricordano i Queens of the Stone Age dell’ultima maniera, coi quali tra l’altro stanno lavorando per progetti futuri e dai quali riprendono le atmosfere desertiche. Che questo sia un complimento o meno poco importa, il fatto concreto è che tra le mani ci troviamo un lavoro molto curato, molto complesso e per niente banale. Ma forse proprio questa complessità è il tallone d’Achille dell’album. Se alcuni pezzi riescono ad unire il nuovo spessore col vecchio ritmo molto orecchiabile e immediato tipico degli Arctic Monkeys, altri cedono sotto il peso della pesantezza e della noia.
Il primo singolo, “Cryining Lightning” fa sicuramente parte della suddetta categoria di pezzi riusciti col suo incedere trasandato. Notevole anche la prima, “My Propeller” che è sicuramente un ottimo biglietto da visita per l’album. Degni di nota anche pezzi come “Potion Approaching” e “Dangerous Animals” che trascinano con i loro continui cambiamenti di ritmo e le loro atmosfere dure, aggressive e calde. Risidui punk-rock scalpitano in “Pretty Visitors”, contornati poi da organi che donano al pezzo un aspetto più spettrale e quasi solenne. La traccia stando alle ultime dichiarazioni dovrebbe essere il secondo singolo e che forse proprio come singolo funziona meglio di “Cryining Lightning”, che pecca per pochezza di mordente tipico della hit da classifica. L’album è caratterizzato quindi in ogni pezzo da una grande varietà, in continue inversioni di stili e riprese, che se all’apparenza possono sembrare casuali sono in realtà ben studiate.
Dove però l’album fallisce è nelle ballate, nei pezzi lenti che annoiano, stancano e non riesco a coinvolgere.
Se quindi la direzione intrapresa è quella giusta il risultato, mancando dell’immediatezza tipica loro, si pone un gradino più in basso del fortunatissimo e osannato “Favourite Worst Nightmare”.
Dallo stesso artista: Favourite Worst Nightmare


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