Recensione: Porco Rosso

Mymovies, IMDb

Hayao Miyazaki, 1992
Anime


Dopo quasi vent’anni arriva finalmente in Italia Porco Rosso, film d’animazione del 1992 del maestro Miyazaki. A volte non siamo solo ritardatari, ma proprio ritardati. Ringraziamo comunque la Lucky Red che, dopo aver portato Totoro in Italia, ci permette di vedere anche questo film.
Porco Rosso narra la storia di Marco Pagot, asso dell’aviazione italiana durante il ventennio fascista. A seguito di un incidente di guerra, Marco viene misteriosamente trasformato in un maiale. Da quel giorno abbandona l’esercito e si ritira su di un isola deserta, ma continua comunque a solcare i cieli come cacciatore di taglie. La narrazione si muove tra la costa dalmata, dove il Maiale risiede, e dove Gina, della quale è innamorato, gestisce un night-club, e Milano, dove è costretto a recarsi per riparare il suo idrovolante. E’ proprio a Milano che conoscerà Fio Piccolo, geniale diciassettenne in grado di ricostruire l’idrovolante e decisa a seguirlo in Dalmazia per assistere al duello con Donald Curtis, pilota americano affamato di gloria.
Questo è forse uno dei film più belli di Miyazaki. All’interno ritroviamo tutti i temi cari al regista, le maledizioni, la metamorfosi, l’adolescenza, una visione antimanichea della realtà, i personaggi meravigliosamente femminili. Ma c’è anche qualcosa in più: Porco Rosso è infatti uno dei migliori personaggi messi in scena dal maestro. Marco è un Bogart suino e già i suoi vestiti, trench e cappello, lo rivelano. Espressione dell’eroicità dell’outsider, Marco si muove sempre ai confini della società, incapace di rientrarvi. Ha visto troppo. Ha visto l’orrore e questo l’ha segnato per sempre, lo ha fatto mutare di forma (e Apocalypse Now non me lo leva nessuno dalla testa). Come un vecchio John Wayne, il Porco arriva, risolve la situazione e poi torna nel deserto. Come Bogart, non può legarsi ad una donna, l’unico amore possibile è quello drammatico. Un eroe crepuscolare non può essere normalizzato, perché svanirebbe.
Porco Rosso è ovviamente un antifascista. Preferisco continuare ad essere un maiale, piuttosto che diventare un fascista, dice al suo ex commilitone Ferrarin. Miyazaki crea un personaggio di altissima moralità: una moralità solitaria, impossibile da piegare anche di fronte alle peggiori prospettive. Come ogni eroe Porco Rosso è fedele solo a se stesso e, se per farlo bisogna affrontare da solo l’intera aviazione italiana, pazienza.
Unire un personaggio del genere alla formula narrativa miyazakiana, fatta di toccanti e sognanti paesaggi emotivi, non può che dar vita a un lavoro straordinario. E infatti è proprio così. Grande film, al pari, se non un gradino sopra, di un capolavoro come La città incantata.

(Per me comunque la recensione poteva iniziare e finire dicendo: è un film di Miyazaki. Sarebbe stato più che sufficiente.)

Dallo stesso regista: La città incantata, Il castello errante di Howl, La principessa Mononoke

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