Sorpassi la cancellata dell’Hiroshima dopo un bel po’ che non ci piazzavi un piede dentro e la sensazione, come altre volte, è un po’ quella di tornare a quando ci passavi le serate con gli amici e ti sentivi un po’ a casa. Lercio, ma a casa.
Sensazione giovanilistica subito confermata, dato che tra i presenti sei uno dei più adulti, e la cosa già un po’ ti puzza, perché a sto concerto di Vasco Brondi ti sei recato con tante buone intenzioni ma anche un bel fagotto di dubbi, da cui hai attinto a piene mani quando hai (vero, superficialmente) ascoltato Per combattere l’acne e compagni per prepararti all’evento. Perché delle luci della centrale elettrica senti parlare da un po’ e degli amici te ne parlano bene e ti hanno regalato il biglietto, e allora ci vai perché riconosci essere un progetto “diverso” per essere in italia, anche se ti appare forzato e, a tratti, adolescenziale.
Mentre parecchi smadonnano alla vista del “tutto esaurito” esposto al baldacchino vendita biglietti, entro all’interno del locale per accorgermi che siamo a ¼ del primo pezzo, iniziato. Assurdo, sorprendentemente partiamo da cara catastrofe, primo singolo dell’ultimo album, mi dico. Sei cinico e stronzo ad oltranza, mi dico subito dopo, taci e ascolta. E a ben vedere, sul palco, un non forzato cantautore tira fuori la voce, graffia a più riprese, mentre sembra combattere contro il senso di vuoto di una generazione a cui è stato promesso tutto, a cui si diceva che aveva troppo, e si ritrova col futuro ridotto a carta straccia materiale, etica ed emotiva. E’ il supermercato del tutto, che ci ha distrutto. Lo dice e lo urla.
Subito ci si chiede se sia presente un violino così forte nei pezzi del disco. La risposta è no. I presenti sul palco, violino appunto, chitarra, chitarra, batteria, convincono. Lui, sicuramente sente ciò che dice. E non è cosa da poco, perché la voce, rispetto al disco, sembra trasfigurata, finalmente non impostata, credibile e sincera.
I pezzi si susseguono pesanti come devono essere, ricchi di immagini, ultradescrittivi come sono, l’atmosfera è di rabbiosa rassegnazione, di depressa reazione, la batteria si sente poco, il violino ha il palco assieme a Brondi le cui corde vocali raschiano il terreno forte e passano da una parola all’altra con la consapevolezza di chi le ha gettate sul foglio tempo prima. Il violino, dicevo, è presente quanto le parole, emerge su tutto e colpisce il giusto. I ventenni presenti cantano e qualcuno ha lo sguardo spaurito, senza esagerare. Si vede e si percepisce che Brondi canta loro, e loro lo sentono. A un certo punto una corda della chitarra si rompe e lui la sistema biascicando qualcosa, che la situazione sembra creata a tavolino talmente è riuscita. I pezzi che ci ribalta addosso stanno a metà tra il primo e il secondo album, dal vivo il racconto ha efficacia perché non lo vivisezioni e le immagini ti arrivano disparate e dirette, e alcuni pezzi, quelli più “di concetto”, che si concentrano su un aspetto, su una tematica precisa, sono molto efficaci.
La cosa funziona bene, per un po’ almeno. Perchè sebbene l’eterno ritorno sia un concetto filosofico non da poco, quel che ti resta è che per due ore la melodia si ripete senza pudore, simile a se stessa e rimescolante e depressiva, e non c’è traccia di un pezzo a tirare su il tutto, in qualche modo, sotto qualche punto di vista, che ci deve essere qualcosa a cui ti aggrappi cristo santo, non puoi pensare solo ed esclusivamente che il grigio e il decadentismo dominino ogni cosa in ogni caso e ambito dell’esistenza! Se fino a metà eri coinvolto e trascinato in ciò che ti coglie direttamente, dopo un po’ ti senti come Ettore trascinato morto attorno a Troia dal carro di Achille, diresti anche fermati o fai un giro al contrario, almeno. Niente. Esci più convinto di prima, ma consapevole che a cantare la stessa sensazione nello stesso modo per due ore il rischio è quello di giocare con un sentimento sì comune ai giovani di questa generazione, ma che non è tutto ciò che li descrive e che rischia di stancare.
Una sorta di 2d molto elaborato ed emozionante, valido, con un fraseggio notevole, ma per il tutto tondo, per il vero cantautorato, almeno per ora, si deve cercare altrove.

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