Recensione: James Blake

Soul/Dubstep/Glitch
Atlas 2011
Myspace, Sito ufficiale, Last.fm, rateyourmusic

Ogni tanto, anzi sempre più spesso, la critica decide di iniziare a masturbarsi in maniera compulsiva per qualche nuovo gruppo/artista. Questo è il caso del londinese James Blake, giovanissimo (classe ’89) compositore sintetico.

Il suo primo album, come di consueto preceduto da diversi EP, è una ventata di aria fresca, quasi gelida. La freddezza dei suoi pezzi si miscela alla voce straziante che ha precedenti negli ultimi anni solo in Antony Hegarty. Ed ecco quindi sentire queste melodiche litanie scivolare su basi che alternano soul, glitch e dubstep.
L’apertura con “Unluck” è quella che forse meglio riassume in soli tre minuti cos’è James Blake e tutto quello che ha da offrire in questo disco. Il fortunato singolo “Wilhelms Scream” è indubbiamente il pezzo più riuscito dell’album (in calce l’evanescente video), in cui la voce all’inizio chiara e decisa sovrasta la musica, salvo poi collassare coi pensieri del cantante in una spirale di suoni roboanti che affogano tutto in un luogo buio, enorme e vuoto dove non rimane che l’eco. 
In “Limit to Your Love” James espone il suo talento soul, non rinunciando a sporadici inserti elettronici a dir poco inquietanti. La voce vola sul piano e non sai se avere più paura della serietà con la quale il giovane ti canta o se delle parti oscure del pezzo, stupende variazioni inaspettate.
“To care” e “Why don’t you call me” introducono un abuso di vocoder che riporta allo stupendo “808s & Heartbreak” di Kanye West, nella seconda traccia accompagnato però anche da fortissimi elementi glitch.
Ma James Blake non è solo atmosfere ombreggiate e trasparenti e lo dimostra in “I Mind” , in territorio Telefon Tel Aviv, forse un po’ più tribale. Struggente infine la chiusura puramente soul di “Measurements”, anche se a dire il vero il mood è più o meno quello in cui si è inciampati all’inizio. 
I limiti di questo album sono infatti una certa linearità (salvo sporadici episodi, come la sopracitata “I Mind”) e qualche pezzo abbastanza superfluo. Senza dubbio un esordio sopra la media per James Blake, dimostratosi capace di creare canzoni cariche di pathos, cura, originalità e trasporto. 
NB: E’ un ’89 come Zola Jesus, è depresso come lei, è oscuro come lei, si muovono in campi simili, è presto per fare un figlio insieme, ma una collaborazione sarebbe davvero cosa gradita!
Artisti simili consigliati: Antony & the Johnsons, Zola Jesus (o meglio: Antony + Zola Jesus).

3 risposte a “Recensione: James Blake”

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