Zombie Review: Bjornstad, Darling, Rypdal, Christensen – The Sea II

Recensione di Alessandro Defilippi

Jazz
ECM, 1998
ECM
, Rateyourmusic


È il 1998 quando la ECM pubblica The sea II, un disco -come spesso accade per la Casa di Monaco di Baviera- stimolante e di difficile definizione. I musicisti -un combo jazz privo di fiati- sono quattro: Ketil Biørnstad al piano, David Darling al violoncello, Terje Rypdal alle chitarre e Jon Christensen alla batteria. Manfred Eicher, fondatore nel 1969 dell’ECM, aveva già in catalogo altri dischi degli stessi come solisti o in gruppi di varia composizione, e altri ne pubblicherà in seguito. Parlare di quest’opera, in realtà, è un modo per accennare al jazz scandinavo, a quello cioè che è parso il contributo più originale al jazz degli ultimi decenni. La parola chiave è contaminazione: contaminazione con suoni etnici e con la musica colta. Così è potuta emergere quella singolare sensibilità caratteristica del nord e che contraddistingue i dischi ECM con un sound del tutto riconoscibile. Suoni cupi, prolungati, con talora notazioni ambient, atmosfere malinconiche, improvvise accensioni liriche, sempre contenute e definite da sezioni ritmiche impeccabili.
E’ questo anche il segreto di The sea II. Biørnstad arriva dalla classica, con una formazione jazzistica basata soprattutto sul Davis acustico, su Thelonius Monk e su Bill Evans. Dell’originalità e sensibilità degli ultimi due, entrambi pianisti, ci sono evidenti tracce in Biørnstad, associate a echi del minimalismo (si pensi a pezzi per piano solo di Philip Glass). Il suono di Rypdal è invece legato alle sue antiche origini come musicista rock negli anni settanta, con lunghi assoli, talvolta vicini al free jazz, talora invece inclini a un lirismo di lacerante intensità. Jon Christensen è uno dei migliori batteristi jazz in circolazione. E qui non si può non accennare alla peculiarità della batteria jazz. Nel jazz la batteria ha un suono meno aggressivo che nel rock o nel pop, con una maggiore ricchezza timbrica. La batteria jazz fa musica, grazie, ad esempio, all’uso accorto di piatti e spazzole. Fornisce, oltre all’aspetto ritmico -una sorta di basso continuo- anche un contenitore, all’interno del quale si muovono le improvvisazioni solistiche, per poi partire, essa stessa, nell’assolo. Due nomi per capirci: Art Blakey e Max Roach. Ma la caratteristica più peculiare del disco è nella presenza del violoncello di David Darling, che costituisce una sorta di cortina sonora dal forte aspetto patetico e grave, avvicinando, paradossalmente, la musica del gruppo a quella di un ensemble barocco.
Tornando al nostro disco, inutile parlare delle tracce singole. Ciò che conta all’ascolto è il mood generale del disco, il suo discorso, imperniato tra momenti, come già accennato, di grave lirismo e altri di scatenamento solistico che avvicina certi brani al free. Un mood talora impressionistico, in cui il coinvolgimento emotivo è ad un tempo controllato e intenso.
VOTO:9

Lascia un commento