Lo schermo è nero e campeggiano due nomi che sono un programma di quelli mastodontici: “David Fincher e Spike Jonze presentano“. Che come inizio è rischioso, perchè dai registi di fight club e di essere john malkovich ti aspetti uno di quei capolavori estremi, o perchè mai avranno unito le forze nel pubblicizzare un regista come Tarsem Singh? Ma cerca e vedrai che Singh, nome che di per se non ricorda nulla, ha diretto Losing My religion dei REM, grandissimo video che insieme al pezzo ha fatto la storia, e The Cell, che non hai visto praticamente solo perchè c’era Jennifer Lopez ma ti sembrava, dalle premesse, non poi così male.
(sono snob, esatto, puoi vedere un film con Jennifer Lopez e conservare una dignità? ho i miei dubbi).
Ebbene: all’inizio non è davvero chiaro l’intento della sceneggiatura. Ma giudicare alla buona è un grave errore, come sempre.
1920, una bimba in un ospedale, con un semplice braccio ingessato, tiene compagnia ad uno stuntman che ha fatto una brutta caduta, il quale, apparentemente per farle piacere, inizia a raccontarle una storia fantastica e insieme stramba. La fotografia è da subito chiara nel farti intendere chi sarà una delle protagoniste principali: appena la fantasia dello stuntman prende forma di immagine, i colori le inquadrature riempiono potentemente lo schermo. Potrebbe quasi ricordare Ban Ki Moon per la nitidezza dei paesaggi e la precisione di ogni immagine, per la bellezza e la cura di ogni fotogramma, per il senso estetico così acceso.
Lentamente, dalle parole dello stunt alla bambina prende forma un mondo tanto abbozzato nei contenuti quanto affascinante e coinvolgente nella forma. Preciso in ogni punto, colori vividi, simboli, simmetria estrema, linee articolate e precise ovunque. E più la storia prende il via, più acquisisce credibilità e la sensazione è un po’ quella di quando, da bambini, una storia semplice poteva stimolare la nostra fantasia in modo estremamente potente, e la coerenza non era importante quanto l’atto creativo in se e l’immaginazione potente che ne scaturiva. Man mano che la pellicola scorre, la storia raccontata si intreccia con il legame dell’adulto e della bimba, il momento del racconto si lega alla vita dei due e l’uno condiziona l’altro tanto da fondere assieme realtà e finzione. Il merito di questo processo è forse quello di segnalare quanto l’atto creativo possa essere una base consistente e ineliminabile della nostra esistenza, e quanto l’immaginazione e il simbolismo siano potentemente presenti in ogni nostro modo di vivere le cose. Così la caduta significa morte ma anche possibilità di riscossa.
La bellezza estetica di questa pellicola è sicuramente rara ed estremamente apprezzabile. Il contenuto si fa strada lentamente e in modo estremamente sottile. Per averne un assaggio, su youtube si trova un video di Paradise Circus dei Massive Attack montato su alcune immagini del film. Parlano da sole.
Soprendente.

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