Recensione: The Runaways

Floria Sigismondi è una regista/fotografa che in un modo o nell’altro ha sicuramente influenzato un po’ l’estetica dei fruitori di MTV dagli anni ’90 in poi. Le sue collaborazioni con Marilyn Manson, Sigur Ros, Christina Aguilera, David Bowie e tanti altri ancora, non lasciano di certo indifferenti e l’idea che l’immaginario di questa regista potesse essere trasportato sul grande schermo era decisamente elettrizzante. Le aspettative ovviamente erano che si potesse aggiungere alla fortunata schiera dei vari Michel Gondry, Spike Jonze, Mark Romanek, Tarsem, David Fincher, che non hanno patito il passaggio tra il viodeoclip al lungometraggio. The Runaways però purtroppo delude le aspettative.
Il film racconta l’ascesa delle The Runaways, rock band tutta al femminile, e la sua successiva discesa nel mondo delle droghe, sesso e alcol, dal punto di vista della cantante Cherie Currie.
Gli ingredienti c’erano tutti per fare un buon film, cos’è andato storto?
I problemi sono diversi ma i principali sono sicuramente da un punto di vista narrativo. La struttura del film in se non è molto stimolante, anzi è molto standardizzata e moralistica. Presenta un po’ tutti i clichè dei biopic su personaggi del mondo della musica; le origini umili, fama improvvisa e la conseguente discesa nel mondo del sesso e delle droghe. Il moralismo di fondo tra l’altro è caratterizzato da scelte di regia e simbolismi molto banali, su tutte Cherrie che entra nella luce quando decide di mettere da parte la musica per occuparsi della famiglia.
Da un lato c’è quindi una struttura standardizzata che finisce con l’essere anche troppo forzata; tutti gli eventi accadono in modo semplicistico, giusto per permettere alla storia di proseguire più che per motivi logici, dall’altro i personaggi, tolto il trio principale, sono per lo più anonime figure di contorno, complice anche la scelta di prendere attori pressoché sconosciuti in confronto a Kristen Stewart, Dakota Fanning e Michael Shannon.
Un altro grosso problema narrativo è che la Sigismondi sembra piuttosto disinteressata a Cherie Currie, le sue attenzioni sono tutte verso Joan Jett, interesse che a tratti verso il finale sembra quasi diventare una sorta di tifoseria. Quindi viene da chiedersi perché a questo punto non spostare direttamente fin dall’inizio il focus narrativo sulla Jett invece di proseguire svogliatamente con la Currie.
Un forte elemento di richiamo dei film di Gondry, Fincher o Jonze è sicuramente l’abilità con cui sono riusciti a trasportare il loro potente immaginario visivo dal videoclip al film, questo passaggio invece è quasi assente in The Runaways, per tutto il film lo stile di Floria semplicemente non emerge. Forse la regista si voleva distaccare dalle sue atmosfere post-apocalittiche e oniriche tanto da puntare tutto su colori sgargianti, viraggi sul rosso e inquadrature claustrofobiche, e anche quando ha bisogno di mostrare case in condizioni squallide, sporcizia e insetti sembra comunque non voler proporre immagini del suo repertorio.
Nonostante il budget limitato (per questo tipo di produzione) il film è comunque molto dignitoso da un punto di vista tecnico, in particolare spiccano i costumi curatissimi, tanto che il confronto con gli originali è impressionante.
La Sigismondi però da il meglio di se, e riesce a salvare il film dall’insufficienza grazie alle sequenze musicali, lì sembra libera e più decisa nel muoversi, e fa alzare il livello della pellicola anche con picchi molto alti, con le sequenze di Cherry Bomb e I Love Rock’n’Roll.

Voto: 6

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