I Chapel Club sono / dovrebbero essere l’ennessima Next Big Thing proveniente dall’oltremanica. E in effetti lo sono, il loro primo album “Palace” è molto bello e pertanto la prova live era particolarmente attesa.
In un Magnolia non certo molto gremito, i 5 di Londra salgono sul palco e subito il cantante ironizza “Ci avevano detto che se fossimo venuti qui in Italia non sarebbe venuto nessuno… e invece siete in tantissimi, grazie!”. In effetti di gente non ce n’era molta, ma noi di THunder_score eravamo solo contenti: è stato un concerto bellissimo, molto godibile.
In apertura subito quello che è forse il loro singolo più famoso, “Surfacing”. La voce di Lewis Bowman è semplicemente stupenda e dal vivo rende anche di più, come tutti noi speravamo. Quel che differenzia maggiormente i Chapel Club da altre tonnellate di band simili, ponendole non poco sopra la media, è proprio la voce del cantante che, anche grazie ai bei testi da lui scritti, ammalia senza lasciar scampo anche coloro che magari non conoscono le canzoni e si trovano lì davanti per la prima volta senza aver mai sentito nulla prima. Uno dei momenti più alti del concerto è stata senza ombra di dubbio “Roads”, tratta dal loro primo Ep, “Wintering”. Un pezzo rock (che un po’ ricorda gli Arctic Monkeys di “Humbug”), senza molti fronzoli, che inizia lenta per poi diventare trascinante, romantica, ipnotica. “Fine Light” ha lasciato subito il segno nei neofiti della band, sarà forse per l’inizio solo con la batteria e poi l’esplosione puramente shoegaze finale. Altri momenti quasi memorabili sono gli altri singoli eseguiti: “Oh Maybe I” (musicalmente leggera, ma dal testo bello stronzetto) è una delle prove vocali migliori di Lewis, “All The Estearn Girls” ti fa chiedere automaticamente “Perché non stanno tutti ballando?!”… e la poi c’è “The Shore” che merita una premessa.Ogni volta che ascoltiamo un album ovviamente c’è una canzone che ci piace più delle altre, ma spesso è giustamente un opinione personale. Poi ci sono pezzi come “The Shore” la cui bellezza è così manifesta che persino la band stessa sa che è il loro pezzo migliore e così, per stessa ammissione del cantante, chiudono questo breve ma intenso concerto, con il loro (e il nostro) pezzo preferito: dal vivo forse è un po’ più “leggera” e allegra, ma lo shoegaze duro e puro del pezzo non lascia scampo, il pezzo è malinconico e si sente. La voce di Lewis non poteva salutarci nel migliore dei modi e ti vien voglia di pregarli di tornare, senza pensare a quanta gente ci potrà essere.
Grandi escluse dalla scaletta “After The Flood” e “White Knight Position”, ma in compenso hanno eseguito ben due pezzi dall’Ep precedente all’album.
L’Italia è un posto molto strano quando si parla di concerti: se qualcosa non è mainstream se la cagano solo o gli “addetti ai lavori” o quelli che per posa devono andare a tutto quel che appunto non è massificato. Speriamo solo che i cinque di Londra tornino il più presto possibile qui da noi, perché vale davvero la pena di andarli a vedere.
Foto Gallery, by Arsghalt
Tracklist:
- Depths
- Surfacing
- Blind
- Roads
- Fine Light
- Oh Maybe I
- Bodies
- Paper Thin
- All The Eastern Girls
- Five Trees
- The Shore
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