
Il figlio di David Bowie non sembra, purtroppo, essere un genio.
Duncan Jones, il regista di questo thriller fantascientifico, non ha certo le velleità artistiche del padre. Si è dedicato al cinema e dopo l’esordio con Moon, abbastanza apprezzato e presentato al Sundance film festival, ci coinvolge ora in una vicenda che ha a che fare con universi paralleli concentrando l’attenzione completamente sul protagonista: Jake Gyllenhaal.
Ma andiamo con ordine. L’idea apprezzabile alla base del film è, forse, l’unica cosa degna di nota. Il nostro cervello rimane attivo fino a 8 minuti dopo la morte, e sfruttando questo principio è possibile ricavare le ultime informazioni nella mente del deceduto in modo da esplorare l’ambiente in cui è stato negli ultimi attimi di vita e ricostruire l’accaduto. Metteteci che il malcapitato è stato vittima di un atto terroristico, metteteci che quegli otto minuti nella sua mente li si può rivivere interamente come se ci si trovasse in un universo parallelo, e il gioco è fatto: si indaga su come l’atto è stato compiuto e sul colpevole, con problemi di coerenza temporale assicurati.
Di per se, l’idea sarebbe appunto valida. Senonchè, sembra più trattata come tema di una qualsiasi puntata della serie Fringe che come film degnamente sviluppato. E il paragone che subito viene in mente è il tanto acclamato da pubblico e critica Inception di Nolan. Tanto lì un’idea valida è sviluppata in modo intelligente, quanto qui appare sprecata e poco approfondita. Mettiamoci pure effetti speciali parecchio datati e non credibili (cosa di per se irrilevante, se il resto fosse corposo quanto potrebbe) e la mediocrità è assicurata.
Buon idea per il finale, buonissimo Gyllenhaal a gestire il ruolo di protagonista sostanzialmente assoluto della pellicola, ma tutto sommato non si può dire che le aspettative siano state soddisfatte. La regia è canonica, americana all’osso, i dialoghi tutto sommato non brillanti e la vicenda non sembra, purtroppo, mai decollare. Viene da urlare all’idea non sfruttata appieno e si esce con una punta di insoddisfazione, benchè appunto il finale e l’intenzione non siano da buttare.

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