Rotten Review: “ESP – Fenomeni Paranormali”


La paura è reale…” recita la tagline di questo ultimo film “camera a mano” di origine canadese e distribuito dalla Eagle Pictures. Tuttavia, già dall’incipit ci sorge un dubbio: la paura è legata ai sentimenti che ci ispirerà la visione del film o dal fatto che fa così schifo che ci farebbe paura solo senza il senso della realtà, tale che qualcuno ci vorrebbe spaventare facendoci credere che tutto sia reale?

Perché la paura può essere pure reale, per alcuni, ma gli effetti speciali si collocano lungo un continuum che va dal “Fanno pena” al “Ora accendo la TV e mi sintonizzo su Tamarreide“. E ciò rende il concetto di “realtà” molto più relativo. Un film horror con effetti speciali scarsi ed una tempistica da cardiopalma che non farebbe sussultare nemmeno un anziano con due bypass aorto-coronarici, si sa, non lo si può vedere. Ma…magari fossero solo gli effetti speciali ed il ritmo a far mancare le basi al racconto!

Veniamo a noi.
Se solo il film non fosse stato sponsorizzato in ogni angolo cinematografico, probabilmente, si sarebbe classificato palesemente come un B-Movie da cassetta VHS. Può non essere ambientato nel west o in una atmosfera noire, ma abbonda e straborda di stereotipi derivati da un processo di economia cognitiva sugli attori che, più che economia, sembra una recessione. I personaggi mancano totalmente di spessore, non sono per nulla caratterizzati e non si capisce bene che ruolo abbiano nella trama già di per sé inesistente, prevedibile e ridondante.

La pellicola si apre con lo spoiler della fine. Un tizio rilascia una intervista, spiaggiato su di una poltrona, in mezzo a delle scartoffie che dovrebbero dare un senso di veridicità all’ambiente inquadrato, dicendo che è stato ritrovato del materiale video girato dalla troupe televisiva del programma di successo: “ESP – Fenomeni Paranormali”. L’obiettivo di questa pseudo-chiacchierata con il giornalista è quella di affermare che tutto ciò che si vedrà di lì a dopo è puramente vero ed è un repertorio cinematografico mandato per la prima volta in visione al pubblico. Anche se il tipo ha lo stesso atteggiamento serio di Carlo Conti che dichiara di non farsi lampade, inizia subito il vero e proprio film girato nella “stupenda” tecnica clonata da “The Blair Witch Project” e “Paranormal Activity“. D’accordo, va bene, avete voluto risparmiare, ma almeno dateci una storia appetibile! No. No, il presupposto, evidentemente, non era quello, poiché dopo nemmeno un istante, inizia la carrellata di personaggi riempi-storia, alias “Carne da macello su cui scommetti su chi morirà per primo“. Ed il protagonista è quello su cui vorresti scommettere la morte certa dopo due fotogrammi, dato che risulta insopportabile dalla prima parola, ma ahimè non accade. Anzi, si presenta, sorride, dirige, mangia, vomita, impazzisce, corre e si guarda inspiegabilmente le spalle ogni petosecondo, illuminando i soffitti, inciampando inevitabilmente su ogni scalino che gli si para avanti. L’unica cosa che si capisce subito di lui è che si è vestito nel camerino di Happy Days, rubando per sbaglio i vestiti a Fonzie.

Dopo degli inutilissimi minuti in cui questa troupe televisiva si appresta a girare un documentario sugli Effetti Paranormali presenti all’interno di un ex-manicomio, ci viene aggiunto come i servizi ripresi in questo programma abbiano una dubbia professionalità. Con un sapientissimo finto backstage ci viene illustrato come tutto sia una messa in scena per fare audience e spaventare un po’ i fan della famosa trasmissione. Non ci si mette molto a capire che l’intero film dovrebbe dare l’idea di rappresentare un materiale originale, senza tagli e sincero di ciò che accadde prima della sparizione di questa troupe di poveri cristi.

Arriva la notte ed arrivano i guai. Il protagonista, intelligente quanto Patrick di Spongebob, si fa chiudere dentro il manicomio con i suoi colleghi, facendosi sigillare la porta alle spalle dal custode che promette di venire a riprenderli il giorno dopo. Ed ora cominciano le scene terrificanti, più o meno quanto lo possano essere gli sketch di Camera Cafè. In principio ci sono cose soft come finestre che si aprono, porte di due tonnellate che si chiudono, passi, rumori sinistri. Poi segue una climax di colpi di scena inversamente proporzionale alla serietà del film. Picchi di presunto terrore si sarebbero dovuti raggiungere con le immagini di una bambina che si gira all’improvviso, mostrando una faccia allungata con Windows Live Movie Maker, oppure con un tizio che cammina sui muri e cade da un soffitto per iniziare ad inseguire i superstiti, spingendoli di tanto in tanto con la stessa veemenza di un pusher di L.A.

La vera chicca del film, che avrebbe potuto far cambiare il risultato di questa recensione, è la sensazione di claustrofobia spazio-temporale a cui lo spettatore è sottoposto dal momento in cui la troupe viene rinchiusa nel manicomio. A quanto pare, i fantasmi dei vecchi pazienti non vogliono solo spaventare ed uccidere gli intrusi, ma li vogliono far prima impazzire, poiché si sono sentiti offesi. Perciò si creano scene alla “Shining“, dalla mancata originalità, che fanno, tuttavia, apprezzare lo sforzo. Con corridoi che si allungano, indicazioni verso uscite di emergenza inesistenti, finestre murate ed immerse nell’oscurità perenne di giornate intere che passano senza nemmeno un’alba e senza un minimo contatto con la realtà esterna al luogo in cui sono rimasti intrappolati, sono tanti i ricordi di altri film che possono venire alla mente. Nonostante questo, l’impatto del film è carente nella sua forza narrativa e visiva. E va bene che un horror moderno non è che debba avere chissà quale trama, ma arrivare a questo livello ci sembrava quasi impossibile.

C’è chi ha voluto vedere una sorta di metafora di monito all’uso improprio di certi programmi. O chi ha pensato che il centrare l’attenzione su un manicomio avrebbe fatto destare la compassione verso le condizioni cui erano soggetti i pazienti di un tempo, sensibilizzando la critica del pubblico. Io, personalmente, vedo tutti questi buoni propositi filosofici bruciati da un finale da tema di terza media.

Sarò clemente nel porre questo film ai margini del sistema solare…


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