Recensione: Jay-Z & Kanye West – Watch The Throne

Hip Hop
Roc-A-Fella, Roc Nation, Def Jam

2011 
Con questa sobria copertina si presenta l’album frutto della collaborazione di due dei più importanti rapper americani del momento: Jay-Z e Kanye West.
Inizialmente concepito come solo un EP di 5 pezzi il progetto si è evoluto, raccogliendo anche pezzi non proprio recentissimi e rivisti dalla sapiente mano di West e della dozzina di produttori che stanno dietro a questo sbirluccicante gioiello (tra cui Neptunes e RZA). 
Musicalmente ad ogni modo la mano è quella di Kanye West, come era facilmente intuibile dopo anche solo un ascolto del suo ultimo “My Beautiful Dark Twisted Fantasy”. Il suond di questo nuovo disco è diverso, più martellante, per certi versi più pesante e duro e per altri più commerciale.
L’apertura con “No Church In The Wild” convince subito, c’è già odor di disco memorabile. Groove che si insidia nella testa, testo duro e la voce di Frank Ocean che fa del ritornello un tormento da canticchiare.
Non c’è tempo per riprendersi da questa bomba che arriva il super singolo con Beyoncé (in radio dal 23 agosto, preparatevi a sentirla ovunque), “Lift Off”. Se “4” di Beyoncé avesse avuto più pezzi così sarebbe stato un album migliore: pur essendo uno degli episodi più commerciali dell’album è anche uno dei più convincenti. Forse non replicherà il successo di Crazy In Love, ma di sicuro sarà un’ottima spinta per questo lavoro.
“Niggas in Paris” passa da una (un po’ fastidiosa) prima parte martellante e dal testo ironico e irriverente ad una seconda parte noise e pesantissima: il pezzo più strambo dell’offerta Jay-Z/West. 
La breve “Gotta Have It” porta la mano invisibile dei Neptunes e il pezzo passa via, tanto corto quanto inutile, mentre l’altrettanto breve “Otis” (primo singolo, con inutilissimo video di Spike Jonze) col ripetitivo campionamento di Otis Redding perfora i timpani e i cuori: Kanye West ci tiene sempre a farci capire quanto sia al tempo stesso grezzo e raffinato. 
Il modus operandi della costruzione del pezzo è lo stesso anche per “New Day”, ma i ritmi si fan più soft e rilassati, finalmente si tira un sospiro. “That’s My Bitch” è un gran bel contenitore di ospiti, tra i quali spicca Justin Vernon, alias Bon Iver. Il pezzo, cazzone al punto giusto, è comunque molto orecchiabile e skippabile.
“Welcome To The Jungle” è inascoltabile. Sarà un giudizio troppo personale, ma se a qualcuno di voi piace, mi faccia un fischio. Martellante inutilmente.
L’ultima parte del disco presenta episodi felicemente degni di nota. “Who Gon Stop Me” e “Murder to Excellence” con i loro testi sulla street life sicuramente piaceranno un sacco al pubblico americano, mentre noi comuni europei possiamo comunque gioire della fantasia di West che nel primo brano a metà sbrocca e trasforma la canzone in una tesa corda rap su cui vola Jay-Z e folgora l’ascoltatore. Synth spianati e nessuna via di scampo. “Murder to Excellence” coi cori bianchi fa molto ghetto style dei peggiori bar di caracas, e ci piace.
Giusto il tempo di un’ultra ruffianata come “Made in America” che siamo già alla fine con “Why I love You”: possibile super singolo, ritornello che entra e resta nel cervello, chiude la collaborazione col botto.
Tra i pezzi della Deluxe Edition da segnalare la prima ed esilarante “Illest Motherfucker Alive” (presa in giro di molti rapper machisti) ed H.A.M., primo pezzo rilasciato a novembre dell’anno scorso, che però non convinse pubblico e critica e finì appunto nell’infame categoria delle bonus track (come merita, eh).
Il disco è meno piacione e ruffiano di quanto ci si potesse aspettare da due personaggi di spicco del genere, ma la qualità resta comunque piuttosto alta e forte di alcuni super singoli (sopratutto il sopracitato “Lift Off” con Beyoncé) di sicuro otterrà il successo che merita.
Unica postilla finale: Kanye West lavora sempre bene e sempre meglio, ma dà sempre l’impressione di tenere il meglio per i progetti da solista, come se con gli altri si contenesse di proposito. Mica scemo…

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