Frenetico, vivace ed esplosivo.
E’ con una miscela energetica che arriva nelle sale il nuovo film della Dreamworks Animation, pronto a far adorare il kung fu alle nuove reclute e a rispolverare in chiave ironica i vecchi gongfu movie degli anni ’70 con tanto di citazioni sia visibili che udibili.
Anche in questo film, come nel suo prequel di successo del 2008, vediamo un inizio capeggiato da una headstory in cui ci viene narrata la vicenda dell’esilio del cattivo di questo film, Lord Shen, saggiamente doppiato in italiano da Massimo Lodolo (Storica voce di Lucius Malfoy nella saga di Harry Potter) e in inglese da Gary Oldman. Lord Shen, un pavone albino, incarna le qualità classiche di un malvagio che si rispetti, in preda a deliri di onnipotenza con caratteri quali ambizione, intelligenza e sadismo.
Fin dalle prime scene in cui compare Shen, si intuisce che questo secondo film ha un target decisamente diverso. E’ da “Dragon Trainer” in poi che la Dreamworks ha preso uno stile differente nel raccontare le proprie creazioni animate, tant’è che non è un caso che la creative consultance sia stata affidata a Guillermo del Toro per offrire al pubblico una storia più spessa, senza abbandonare la chiave divertente che aveva contraddistinto il film precedente.
Il passato di Po viene svelato: Shen e Po sono direttamente collegati attraverso i ricordi di quest’ultimo, il protagonista, che ha la voce di Jack Black nel movie americano, mentre in Italia prende il tono di Fabio Volo che, a mio parere, lo doppia in modo poco incisivo e a tratti noioso. Po è uno degli ultimi panda, salvato dai suoi genitori da una cerneficina ad opera di Lord Shen, il quale era stato avvisato da una veggente che sarebbe stato sconfitto da un guerriero bianco e nero. E qui vediamo la classica contrapposizione yin e yang tipica di ogni storia cinese che si rispetti: il guerriero che ricerca la pace interiore, dal passato oscuro e dal cuore travagliato contro il male puro, prodotto mutato di una esistenza felice che ha perso tutto ed ora cerca di riprendersi il potere più di quanto egli stesso possa averne.
In Kung Fu Panda 2 vediamo scene spettacolari, colori saggiamente dosati che corrono da tonalità brillanti e sfarzose a momenti oscuri, capaci di ispirarci tristezza e stuzzicare la nostra empatia. Oltre ai colori, in questo film vediamo una direzione tecnica ad arte tra inquadrature epiche presentate in slow motion alternate a sequenze velocissime in stile “La Foresta dei Pugnali Volanti“, con tanto di palese citazione del film nel primo combattimento a suon di musica. Alla regia, infatti, abbiamo Jennifer Yuh, autrice della headstory divertentissima del primo film, promossa nel sequel finalmente a regista con un curriculum d’eccezione.
Nella creazione di questo secondo film c’è stata chiaramente una attenzione maggiore agli ambienti, caratterizzati in modo raffinato ed ispirati a paesaggi reali che rispecchiano le atmosfere della Cina mitica. Esempi di questa accuratezza del cast di produzione si ritrovano nei dettagli della città natale di Po, ispirata a Chengdu, la città dei Panda, e dal landscape influenzato dal bellissimo Monte Quingcheng, importantissima montagna taoista.
Altra medaglia al merito va al character design rinnovato, leggermente più serio, che ci consente di apprezzare maggiormente le evoluzioni psicologiche dei personaggi. Tigre in questo film la vediamo forte, decisa, ma anche dolce in una singola occasione per la quale vale la pena di andare al cinema. E’, inoltre, incredibile notare come lei sia estremamente simile alla sua “madrina” Angelina Jolie.
Un po’ meno in risalto sono le altre 5 Furie, probabilmente per lasciare la scena al protagonista in frames che quasi ci rimandano ad attimi del Signore degli Anelli, tra industrie colme di metallo fuso, un nemico totalmente bianco che marca con simboli i propri sudditi ed un ritrovamento di Po nel fiume non da parte di un cavallo, ma…di una capra.
Tra gag spassose, a tratti banali ma divertenti, e sfide action, Kung Fu Panda 2 merita in tutti i suoi 90 minuti di lunghezza. Zero noia, divertimento assicurato e anche qualche lacrima.
“Skadoosh”!

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