Apparat tenta la svolta, usando come collante col suo passato l’album con i Modeselektor, lo splendido “Moderat”. La nuova formazione, nominata originalmente Apparat Band, propone quindi un tipo di musica abbastanza distante dai precedenti “Duplex” e “Walls”, avvicinandosi alle tracce meno elettroniche del progetto “Moderat” e alle recenti produzioni di Thom Yorke & Co.
“Song Of Los” e “Candil De La Calle” sono due dei pezzi migliori, ma sanno moltissimo di già sentito: potrebbero essere tranquillamente dei pezzi di “Moderat” e chissà che non lo siano davvero.
Ci potremmo anche accontentare di un “more of the same”, ma purtroppo il resto del disco non si attesta su questi livelli. “Black Water” e “Ash/Black Veil” sono forse i due pezzi che più tentano il cambiamento, ma è incredibile sentire un Apparat così poco originale e interessante.
Le costruzioni geometriche di “A Bang In The Void” creano imbarazzo se si pensa a pezzi come “Virus” di Björk, per certi versi pezzi simili, ma con in mezzo un baratro di cura per la produzione.
Quel che stupisce infatti, oltre alla mancanza di idee, è la poca cura riposta nella produzione del disco che risulta piuttosto scialbo e imparagonabile al resto dei lavori a marchio Apparat. Una produzione degna di questo nome avrebbe salvato due pezzi come “The Soft Voices Die” e “Escape” dall’archiviazione sotto “noia inutile”.
Una stella oscura splendente tra le dieci tracce che compongono questo breve e fallace disco è “Goodbye”, che vanta la collaborazione della giovane, bravissima e commovente Anja Plaschg, alias Soap and Skin. Che sia tutta farina di Anja?
A poco quindi è servito avvalersi di interessanti collaborazioni, come quella con ciò che rimane dei Telefon Tel Aviv. Il disco è abbastanza deludente e da considerarsi di transizione verso un progetto più concreto e coerente. Almeno si spera.


Lascia un commento