Recensione: St. Vincent – Strange Mercy

Songwriter/ Indie-pop
4AD, 2011
Myspace, Last.fm, Sito Ufficiale

Non si tratta certamente di una nuova scoperta quella di Annie Clark (in arte St. Vincent) e del suo Strange Mercy. Con già alle spalle due album ed ex-Polyphonic Spree e musicista di Surfjan Stevens, la chitarrista e polistrumentista americana ha sicuramente creato un album all’apparenza ambizioso e che però appare essere una perfetta continuazione del precedente Actor, che nel 2009 le aveva conferito il successo e dimostrato il suo talento cristallino.

“You’re all legs, I’m all nerves,” è un notevolo modo di iniziare un album, e queste sono proprio le prime parole della canzone di incipit, Chloe in the Afternoon, una canzone sul sadomasochismo, tutta fruste e lacche nere e le cui tonalità ne esprimono perfettamente l’atmosfera. Ma, a dire il vero, l’intero album di St Vincent è permeato di sesso e dintorno: dal rifiutato oggetto del desiderio della Cheerleader alla confusa dichiarazione di Surgeon: “I spent the summer on my back.”
Tematiche e atmosfere in piacevole contrasto con la voce vagamente infantile di Annie e le sue corde vocali da corista, contrasto che sembra evocare un mondo confuso ed etereo in cui nulla sembra essere stabile, un mondo che prende forma grazie anche all’utilizzo talvolta di riff pensanti o di sintetizzatori singhiozzanti.

Attraverso i due pezzi centrali, Northern Light e Strange Mercy , St Vincent prende quasi una pausa riflessiva su se stessa, una specie di retrocessione interiore che permette di riflettere su se stessi e riprendere un po’ il fiato, soprattutto la title track, dall’inizio dell’album soavemente pesante e musicalmente martellante.
Neutered Fruit vanta uno stile che può essere definito solo ed esclusivamente come quello proprio di St. Vincent. Mescolando influenze della musica alternativa di metà anni ’90 con il funk, insieme alle voci corali di sottofondo, Annie Clark crea degli arrangiamenti musicalmente perfetti, equilibrati con l’esecuzione multistrumentale che è il suo punto di forza, che mostrano una minuziosa e pulita struttura, che senza sbavature fonde insieme la costrizione e l’espansione.

Tra confuse e concise tastiere, i riff di chitarra esplodono, passando da Champagne Year e Dilettante, e portano direttamente verso quella marcia trionfale che è Hysterical Strenght.
Per concludere, tutto il percorso di Strange Mercy si tuffa in una carica e nostalgica Year Of The Tiger (citando in qualche modo l’omonima canzone strumentale di Enjoy Your Rabbit di Surfjan Stevens del 2001) in cui tutto prende una svolta decisamente sognante ed esotica fino ad arrivare al provocatorio ritornello “Oh America, can I owe you one”.

“Volevo un disco che suonasse più umano, dopo tutto“, rivela Annie Clark, e noi non possiamo che ammettere il suo successo e la riuscita del suo intento: un album che musicalmente mostra una cura e una precisione dei dettagli che pochi artisti possono vantare e che umanamente ha molto da raccontare.

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