Alternative Folk, Alternative Pop
2011
One Little Indian
Al di là dell’ “app-album” come è stato definito, Biophilia è pur sempre un disco che non prescinde esclusivamente dalla sua funzione interattiva ma, per fortuna, mantiene tutte le caratteristiche che un album deve avere. Björk va ad interpretare in forma musicale ciò che dell’universo conosciamo e non. Il DNA, le placche tettoniche, le orbite planetarie, la materia oscura. Il risultato sono dieci composizioni meticolosamente studiate ognuna sulla base di un fenomeno fisico-naturale, a volte condite con campionamenti ed elettronica di retroguardia, a volte esclusivamente acustiche ed essenziali finanche con strumenti d’invenzione della stessa artista.
Di questa sperimentazione probabilmente ne risente l’elemento emotivo che viene mantenuto solo in un paio di brani più classici e meno ostici, quali Cosmogony e Virus. La prima rimaneggiata a voler rendere un’orchestrazione più rarefatta rispetto al singolo è l’unica canzone che immediatamente rimanda a una Björk dei “tempi d’oro”, delle ballate pop estremamente melodiche e sontuose dai climi emozionali. Virus invece, sia per testo che per scelta di arrangiamento è quanto più vicino a Vespertine è stato da lei prodotto dopo il 2001. Quest’ultima non può che essere una boccata d’aria fresca dopo l’oppressività di brani come Hollow, canzone dalla struttura complessa e claustrofobica (probabilmente un incrocio tra An Echo, a Stain e Vertebræ by Vertebræ), seppure uno degli episodi meglio riusciti insieme a Dark Matter che si costruisce su ondeggianti drone con un cantato confuso, così come la materia oscura rimane un quesito per la scienza, così Björk si diletta in esercizi vocali indefiniti non nuovi ad alcuni suoi colleghi e compatrioti. In alcuni momenti si percepisce assenza di melodia, ci si sente disorientati in uno spazio vuoto e infinito, come se la melodia stessa fosse materia sottratta dal nulla che dilaga silenzioso. Rimangono solo le voci a fare da elemento melodico, con essenziali – quanto ostici – arrangiamenti, come in Thunderbolt, effettivamente accompagnata da scariche elettriche di una “macchina dei fulmini”. Lo stato d’inquietante calma viene comunque spezzato dall’iniziale tintinnare di Crystalline che finisce per scuotersi in un improvviso crescendo drum’n’bass, poi ripreso in altre tracce potenzialmente pop come Sacrifice e Mutual Core, entrambe introdotte da una strofa docile, preludio di un’esplosione trance che velocemente si spegne eludendo ogni esagerazione fuori luogo.
Come in un ciclo, Biophilia si apre e si chiude con due lenti non dissimili dalla conclusione di Volta (My Juvenile). Moon e Solstice sono due ballate minimali, quasi antimelodiche, che nel loro ruolo di capo e coda lasciano perplessi seppur concettualmente al loro posto, ma ad ogni modo poco memorabili.
Tirando le somme Biophilia è un album ordinario per un’artista stra-ordinaria, che esprime egregiamente il concetto per il quale esiste, sacrificando forse il piacere dell’ascoltatore a un approccio più immediato, ma del resto cos’altro si può pretendere da un’artista che ha spaziato così tanto nell’arco di due decenni, che ha dato tanto al mondo della musica e non intende rinunciare alla sperimentazione, stimolando se stessa e il suo pubblico in maniera sempre nuova, nel bene o nel male.


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