Dark pop
2011
Sacred bones / Souterrain transmissions
Streaming
Il primo album è sempre quello acerbo o quello geniale. Nel caso di Nika Roza Danilova, in arte Zola Jesus, potremmo scegliere la prima opzione. Poi c’è il secondo album che, se tutto va bene, desta la curiosità dei più e così è stato per l’apprezzato “Stridulum II”. E poi c’è la prova del terzo album, l’esame che consacra l’artista.
Come risponde Zola Jesus a questo appello?
Le anticipazioni di “Vessel” e “Avalance” lasciavano ben sperare, ma a quanto pare le cartucce migliori sono state sparate subito, perché il resto dell’album non è allo stesso livello. L’operazione condotta da Zola Jesus è comprensibile, ma non molto condivisibile. Il fine pare sia quello di raggiungere un pubblico più ampio e al tempo stesso raffinare uno stile un po’ grezzo. Il mezzo sono alcune sonorità più ballabili e gli archi a tutto spiano messi un po’ a caso. Ma come si suol dire, il fine non giustifica i mezzi e quando a mancare sono proprio le canzoni non c’è ottima produzione che tenga.
L’intro cibernetico di “Sword” convince, così come le sopracitate “Avalance” e “Vessel”, la prima col suo arabeggiante incidere, la seconda invece col passo spezzato e scandito da un piano impietoso.
Ma i problemi arrivano già con “Hikkomori”, soffocata da archi e urla, opprimente come le mura della casa che la tengono imprigionata. Scivolone pauroso con “Ixode”, al limite del ridicolo: i suoi intenti erano quelli di creare una canzone capace di far immaginare paesaggi e oggetti in lontananza fuori fuoco, invece ottiene solo un bel mal di testa e qualche risa. Incredibilmente pop e per i più è l’inaspettata “Seekir“, che se non avesse in background i soliti gorgheggi non si direbbe neanche un pezzo suo. Il pacchetto “truzzo-dark” si amplia con “It’s Your Nature”, dove sotto la voce potentissima di Zola Jesus troviamo un accompagnamento quantomeno fuori luogo per un testo così. Non sa di sconfitta, sa solo di tamarraggine e archi improbabili.
Si salva “Lick The Palm Of The Burning Handshake”, la più fedele alla vecchia offerta della giovane Nika Roza Danilova. Anche la solitaria “Skin” piace, seppur l’odor di già sentito è fortissimo.
Per molti l’album della maturità, per me una gran delusione. La ragazza è comunque giovanissima e talentuosa, quindi è meglio non smettere di tenerla d’occhio. E dal vivo spacca come poche, sappiatelo.
PS: è praticamente un suicidio commerciale uscire nello stesso periodo di Björk, visto il pubblico potenzialmente simile.


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