Recensione: L’amore che resta

Dopo la piccola parentesi mainstream di “Milk”, Gus Van Sant torna al cinema indie a lui tanto caro e al contempo poco compreso dalla critica americana.
“Restless”, tradotto in italiano con l’inutile titolo “L’amore che resta”, è stato, oltre oceano, da molti etichettato come il film meno coerente con la poetica del regista.
Chiusa la fase hollywoodiana, Van Sant torna ad una regia che non tenta più di ricorrere all’invisibilità ma è un elemento ricercato e costantemente percepibile, anche senza le solite riprese “della nuca” tipiche del regista.
Mia Wasikowska si rivela sempre più un volto (nuovo) interessante del cinema contemporaneo, forse per la sua fisionomia così poco americana e la sua non-bellezza, senza dubbio però la sua abilità nel scegliere tutti ottimi ruoli (tolto l’Alice in Wonderland di Tim Burton dov’era anche lei piuttosto mediocre) che la stanno facendo maturare in fretta. Qui recita con un alchimia perfetta con il partner maschile Henry Hopper, figlio ventunenne di Dennis Hopper, anche lui sorprendente, sopratutto calcolando che questo è praticamente il suo esordio.
La continuità tematica tra tutti i film di Van Sant qui riemerge dopo la pausa di “Milk”, “Restless” è un altro film che affronta la morte dal punto di vista degli adolescenti, un parente stretto di “Elephant” e sopratutto “Paranoid Park”.
Il contatto con la morte è presente fin dall’inizio, dai funerali in cui i due giovani si conoscono (una versione modernizzata di “Harold e Maude”) fino al finale annunciato. Giovanissimi che imparano ad accettare la morte, a giocarci insieme (come fa Enoch con il fantasma Hiroshi), a parlarne con spietato realismo (i corpi donati alla scienza) senza la solita patina (“Autumn in New York”) o il cinismo volgare (“Nip/Tuck”) che distingue simili prodotti americani.
Il tutto però è avvolto da una dolcezza spiazzante, che riscalda e rende altrettanto duro per lo spettatore, come per Enoch, accettare il finale già annunciato. Gus Van Sant riesce a creare sequenze di rara delicatezza anche in situazioni dure e tutt’altro che poetiche, su tutte la scena dell’obitorio o anche il bellissimo finale sulle note di “The Fairest of the Seasons” cantata da Nico (pezzo che sembra scritto a posta per il film, Now that it’s time, now that the hour hand has landed at the end, now that it’s real).
Una nota di merito va senza dubbio al costumista Danny Glicker, gli abiti del film sono un vero e proprio lavoro di ricercatezza: il modo in cui si evolvono a seconda dello sviluppo della storia d’amore dei personaggi, come il look iniziale da maschiaccio di Annabel che man mano si avvicina a quello vintage, un po’ steampunk un po’ Edward Gorey, di Enoch.
Forse il motivo che ha portato la critica americana a rifiutare totalmente questo film è l’eccessiva sincerità con cui Van Sant si rapporta alla morte e allo stesso tempo il modo giocoso con cui i protagonisti affrontano il momento.
Gus insegna ai suoi protagonisti come accettare la morte e sopravvivere alla vita.

Lascia un commento