Indubbiamente “This Must Be the Place” di Paolo Sorrentino era un film molto atteso. Segnava il ritorno in sala di uno dei migliori registi del cinema italiano (ed europeo) contemporaneo, compiendo un passo rilevante nella propria filmografia essendo stato girato in lingua inglese e con un cast internazionale: una produzione imponente da 28 milioni di dollari, messi insieme grazie ad una collaborazione tutta europea tra Italia, Francia e Irlanda e che vede per la prima volta l’ingresso di una banca (Intesa Sanpaolo) nel ruolo di investitore nel mondo del cinema italiano.
Tante aspettative dunque e più o meno tutte disattese strada facendo. Accoglienza piuttosto fredda al festival di Cannes, difficoltà a trovare compratori disposti a distribuire il film, che ha visto andare in fumo anche la possibilità di puntare agli oscar. Questo finchè il film non è approdato in Italia dove è stato ben accolto da pubblico e critica cosicché, grazie ad una buona campagna pubblicitaria da parte della Medusa, l’esordio inglese di Sorrentino sembra finalmente vedere un po’ di luce nel suo percorso.
Cos’è andato storto in “This Must Be the Place”? Si può tranquillamente dire che l’esordio inglese di Sorrentino sia un prodotto paragonabile per tantissimi aspetti al “Un bacio romantico – My Blueberry Nights” di Wong Kar Wai. Un grande cast a disposizione e il tentativo di trasportare il proprio immaginario ormai consolidato (nei film girati in patria) in un contesto americano (più che in uno genericamente internazionale).
Ovviamente il tentativo non va del tutto in porto, così come non erano riusciti tanti altri registi del cosiddetto World Cinema, che hanno tentato di portare se stessi oltre oceano, come il già citato Wong Kar Wai, anche Wim Wenders.
Sorrentito usa questo film come fosse quasi un suo curriculum vitae, realizzando tutta una serie di sequenze meravigliose che però a tratti paiono fini a se stesse pur essendo appaganti nella loro spettacolarità. Su tutte l’indimenticabile sequenza del concerto di David Byrne, con la scenografia dietro il palco che si ribalta in verticale.
La fotografia di Bigazzi è davvero sorprendente, forse il lavoro migliore della sua carriera. Non parte mai col suo viraggio standard sull’azzurro e con i suoi movimenti ormai da pilota automatico, ma si piega alla perfezione al gusto di Sorrentino creando una combinazione davvero incredibile, fotografando spettacolari scenari americani, senza contare gli interni fotografati magnificamente e concepiti benissimo dalla scenografa Stefania Cella.
Sean Penn rende bene il suo personaggio nella sua fanciullezza prolungata e la sua fragilità emotiva grazie alla sua potenza espressiva, creando un personaggio decisamente più ricco di sfumature di quanto possa sembrare ad una prima occhiata. Impeccabili anche Frances McDormand nella sua dolcezza, una matura Manic Pixie Dream Girl e Harry Dean Stanton nel suo divertente cammeo, anche se un po’ deus ex machina.
Com’era facile aspettarsi la colonna sonora del film è uno dei punti di forza, così come lo erano le indimenticabili composizioni di Teho Teardo e Pasquale Catalano per i precedenti film del regista napoletano. Qui David Byrne e Will Oldham fanno un ottimo lavoro, creando dei pezzi che variano una grossa quantità di stili diversi, creando anche i brani “indie-rock” per la band fittizia “I pezzi di merda”.
Passiamo ora alla sede di tutti i problemi. Nei ringraziamenti del suo primo libro, Sorrentino, ironicamente dice riferendosi a Umberto Contarello (uno sceneggiatore con un curriculum non particolarmente brillante alla fin fine) “tutto quello che non vi è piaciuto di questo libro, è colpa sua.”. Che si possa dire lo stesso, sta volta senza ironia, anche del film? Se i dialoghi sembrano in tutti e per tutto sorrentiniani, ricordando il linguaggio per aforismi del protagonista de “L’amico di famiglia”, la costruzione del racconto invece è decisamente traballante e sfilacciata. Non c’è una storia di fondo abbastanza solida che tenga insieme tutti le bellissime parti del film, ci sono continui mini episodi uniti insieme senza un collante abbastanza forte (complice anche il montaggio di Cristiano Travagliali, tanto bravo ne “Il divo”, quanto confusionario qui, con un abuso di dissolvenze abbastanza inusuale). Gran parte dei non protagonisti sparisce senza lasciare traccia finito il suo compito nella story line del protagonista, ma lasciando completamente incompiuta la propria storia personale. Ci sarebbe da capire cosa abbia spinto un regista e sceneggiatore che lavorava in modo splendido da solo ad andarsi a cercare un collaboratore, calcolando che poi il risultato è questo.
In sostanza This Must Be the Place finisce per essere più che altro un film di transizione più che una conferma per il regista. Una commedia divertente e registicamente ineccepibile, ma che non riesce bene ad affrontare il passaggio al nuovo mondo. In fondo non si possono fare tutti capolavori.


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