Recensione: Feist – Metals

Indie Pop, Folk
2011
Arts & Crafts Productions

Il mio rapporto con Feist si è sempre basato su “Toh, che carina questa canzone / ddiomio che palle quest’album”. A questo giro invece è successo il processo opposto, niente di speciale il singolo, How Come You Never Go There, talmente poco speciale che le speranze di ascoltare un album che potesse piacermi erano svanite nell’arco dei quattro minuti della canzone. E invece, sempre grazie alla formula inversa del singolo bello = album tedioso, Metals si è manifestato alle mie orecchie come un disco inaspettato e assolutamente nelle mie corde. Ma al di là di questo discorso estremamente egotico non voglio mettere in discussione la qualità dei predecessori The Reminder e Let It Die, lavori oggettivamente differenti rispetto a quest’ultima fatica. Metals viene un po’ come l’evoluzione dell’essenzialità proposta nel disco precedente, la bellissima voce di Feist è sempre lei, i collaboratori e produttori sono sempre loro, Mocky e Gonzales, eppure The Reminder non ha niente a che fare col successore. L’intenzione originaria era quella di realizzare un disco difficile, senza passaggi musicali catchy e banalotti, che sia riuscita nell’intento o no, Metals è ad ogni modo l’album che Leslie Feist ha prodotto e confezionato per sé stessa, come piaceva a lei.
L’assenza di brani fortemente pop è probabilmente la prima particolarità sostanziale che salta all’orecchio. Dove sono le simil Mushaboom, My Moon, My Man o 1234? Beh, non ci sono, Metals ne è privo, e a loro discapito vi sono presenti pezzi di una grande potenza ibrida a una raffinatezza melodica unica e preziosa. Il disco è disseminato da incursioni corali, arrangiamenti per sezioni acustiche tra archi e fiati, splendidi lavori di chitarre tra acustiche e elettriche, e liriche condite di amarezza (And good man and good woman / bring out the worst in the other / the bad in each other – When you comfort me / It doesn’t bring me comfort actually) una malinconia poetizzata con l’ausilio di un immaginario che si rifà alla natura (Little bird have you got a key? / unlock the lock inside of me / where will you go? / keep yourself afloat / feeling old until the wings unfolded).
Il meglio della nuova sensibilità della cantautrice si ritrova, ad esempio, nell’irriverenza di A Commotion, uno spledido rito per cori e archi, negli esplosivi crescendo di The Bad In each Other, The Undiscovered First, Comfort Me, nella dolcezza (e tristezza) delle ballate The Circle Married the Line, Bittersweet Melodies, Anti-Pioneer, e nei momenti intimisti di Cigadas & Gulls. Il tutto è amalgamato da un’atmosfera (passatemi il termine abusato) sognante che colora il disco in particolar modo nei suoi momenti più raffinati quali Get It Wrong, Get It Right e l’orchestrale Caught a Long Wind.
Metals è l’insieme di 12 melodie agrodolci che puntano a scuotere l’anima con sentimenti contrastanti. È il famoso “album terzo della consacrazione” (se non consideriamo il primo autoprodotto e fuori catalogo Monarch) che all’eccellenza erige Feist al firmamento del cantautorato folk-pop canadese.

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