Recensione: Melancholia

Viene facile paragonare Melancholia ad un altro che era in concorso quest’anno al festival di Cannes, Tree of Life, il film di von Trier può essere quasi la sua nemesi, un film speculare e opposto.
Così come il vincitore della palma d’oro metteva in parallelo la creazione della Terra con la nascita di una famiglia americana, Melancholia fa lo stesso ma per parlare delle distruzione e della fine.
Il film parte con un prologo pittorico di rara bellezza, con citazioni alle opere di John Everett Millais e Hieronymus Bosch, che riassume per immagini più o meno simboliche le vicende che si dipaneranno di lì a breve, per poi passare alla prima parte del film dedicata a Justine
Durante i festeggiamenti per il matrimonio di Justine, donna che soffre di depressione, lentamente assistiamo ad una progressiva decadenza di tutti i valori e i riti della società contemporanea. Il matrimonio appena celebrato finisce la sera stessa delle nozze, le famiglie non riescono a rimanere unite, i genitori si comportano in modo infantile ed egoistico e non vogliono ascoltare i problemi dei figli. Anche il lavoro e il sesso vengono sminuiti e trattati con spietatezza.
Mentre le colonne della società moderna simbolicamente crollano Justine a fatica riesce a reggere le pressioni, la depressione continua a ritornare, rendendole difficile ogni tipo di attività sociale, e nonostante le pressioni del cognato e della sorella, che lucida tiene per quanto le è possibile la situazione sotto controllo, per riportarla alla realtà saranno la debolezza e il disagio a prendere il sopravvento.

La seconda parte del film è invece dedicata a Claire e si entra nel campo della fantascienza. Justine è probabilmente appena tornata da un periodo trascorso in un ospedale psichiatrico e sua sorella deve prendersi cura di lei. In questa parte i ruoli si ribaltano, dopo un’esitazione iniziale Justine è sempre più a suo agio più la minaccia dell’imminente pianeta Melancholia si avvicina, mentre Claire fatica a mantenere il controllo.
Il contrasto tra l’ansia irrazionale di Claire e la razionalità scientifica del marito John, si rivela uno scontro senza vincitori. L’unica soluzione possibile è l’approccio malinconico di Justine; accettare la fine senza abbellimenti (il bicchiere di vino e le candele proposte dalla sorella), accettare di essere soli al mondo, e che una volta che il pianeta Melancholia ci avrà distrutto nessuno noterà la nostra assenza.
L’assenza di precise connotazioni logistiche rendono gli avvenimenti un simbolo adattabile all’intera società, ogni personaggio parla con un accento diverso, dal francese allo svedese al tedesco, l’ambientazione ricorda paesaggi inglesi, il cibo l’alimentazione americana, un misto di culture eterogeneo e imprecisato.

L’ottima fotografia di Manuel Alberto Claro suddivide i tre momenti del film con precise caratteristiche fotografiche; se il prologo fa uso di rallenty ed effetti che ricordano l’estetica di Antichrist il resto del film ricorre alla costante macchina a mano, il capitolo dedicato a Justine utilizza un viraggio dorato creando un atmosfera sognante. Mentre invece si avvicina Melancholia alla Terra anche la fotografia del film si avvicinerà al blu (colore che metaforicamente rappresenta la malinconia).
Il premio come migliore attrice per Kirsten Dunst è senza ombra di dubbio meritatissimo, complice anche la storia personale dell’attrice che ha sofferto per molto tempo di depressione, la sua performance è davvero toccante e dura e si completa perfettamente a quella di Charlotte Gainsbourg.
Nonostante il fascino della seconda parte, il primo capitolo del film risulta comunque poco digeribile per la sua pesantezza e penalizza il risultato finale del film.
Lars von Trier alle prese con un disaster-movie da vita ad un prodotto senza ombra di dubbio affascinante, soprattutto esteticamente, e simbolicamente più accessibile del suo precedente lavoro, una sorta di incubo di Roland Emmerich, in cui nessuna nave spaziale o simili può trarre in salvo l’umanità da un finale leopardiano.

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