Recensione: Quando la notte

Il motivo principale per cui si è parlato di questo film, durante il festival di Venezia, è perché ha fatto schifo a tutti praticamente in modo unanime, al punto che la Comencini, sopraffatta dalle critiche, ha “perso le staffe” attaccando un po’ tutti dicendo che i giornalisti non capivano la psicologia femminile e altre fandonie di vario genere pseudo-femministe.

Magari avete sentito che questo è un film che parla della maternità, delle difficoltà delle donne che non trovano l’adeguato supporto dei loro mariti, e altre commuoventi tematiche femminili. No. Non c’è nulla del genere nel film, sono solo velleità pubblicitarie per dare una parvenza autoriale al film che in realtà, è probabilmente il meno “d’autore” della carriera della Comencini, che già col precedente “Bianco e nero” aveva messo da parte aspirazioni artistiche per puntare più al largo pubblico. “Quando la notte” fa la stessa cosa solo declinando sul melodramma invece che sulla commedia. Anzi più che melodramma la regista aspira a fare una sorta di romanzo gotico moderno, una non dichiarata trasposizione di “Cime tempestose” o “Jane Eyre” che finisce di essere per lo più un “Twilight” tra i quarantenni.

Gli elementi da romanticismo gotico ci sono tutti; la casa sperduta tra le montagne, le piogge incessanti, la natura incontaminata, l’interesse amoroso rude e tenebroso, svolte misteriose su presunti tentativi di infanticidi, ma nonostante tutti i tòpoi, Cristina Comencini risulta completamente incapace di creare la giusta atmosfera, e pensando che in concorso contro aveva una trasposizione dichiarata e di altissimo livello di “Cime tempestose” la figura fatta dal film italiano è ancora più becera.
Il materiale narrativo di base è decisamente scarno per poter riempire le quasi due ore di film, risultando più volte una minestra allungata. Il cast ne risente, Timi finisce per fare l’orso bruno che ringhia tutto il tempo mentre la Pandolfi nonostante il visibile impegno viene ridicolizzata da sequenze incredibilmente brutte, su tutte la metaforica danza con “Fotoromanza” di Gianna Nannini in cui il testo urlato dall’attrice dovrebbe rappresentare quello che prova per il figlio, risultando però solo incredibilmente stupida.
Probabilmente forte dell’ispirazione di Twilight, ad un certo punto viene anche inserito un tentativo di una sorta di triangolo tra la protagonista e il fratello più piccolo di Manfred (il personaggio di Timi) con cui è in costante rivalità. Anche questo aspetto però finisce per essere gestito male e viene presto dimenticato.
Incomprensibile invece l’epilogo, che vagamente può ricordare la love story de “I segreti di Brokeback Mountain”, completamente discordante con tutto il resto del film.

Forse a Venezia i paragoni con i cinepanettoni furono esagerati ma resta inspiegabile come film del genere possano essere in concorso ad un festival del cinema secondo al mondo come prestigio e visibilità.

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