Recensione: Florence + The Machine – Ceremonials

Con un solo album alle spalle, l’attesa per questo Ceremonials era comunque alle stelle. La voce di Florence Welch si è subito imposta come una delle più interessanti degli ultimi anni, notata anche da Mr. David Byrne che l’anno scorso la scelse per cantare la title track del folle progetto “Here Lies Love”, per non citare poi la canzone composta per la colonna sonora di Twilight, la splendida “Heavy In your Arms”.
Il lavoro svolto su questo “Cerimonials” è abbastanza prevedibile, quasi una sorta di fan service, ma il risultato è oltremodo soddisfacente. Fondamentalmente si è dato più spazio (ancora di più) alla super voce di Florence, dando però anche maggiore spessore alle canzoni, molto più articolate e orchestrate rispetto a prima. Ciò che più sorprende è il fatto che non viene mai a mancare l’immediatezza, la freschezza e la novità. I pezzi hanno uno stile molto coeso (la pecora nera è giusto “Remain Nameless”), ma difficilmente si può scambiare una canzone con un’altra: hanno tutte il loro carattere.
La formula vincente della voce potente accompagnata da percussioni ora si avvale della componente orchestrale e mistica che dà il titolo all’album. Il cantautorato è decisamente più maturo e a supportare i temi più intimi ci pensa il comparto musicale rivisto e ampliato. E’ un album votato all’eccesso, senza mai essere pacchiano: prendete per esempio il secondo strepitoso singolo “Shake It Out”.
Pochissimi i passi falsi, moltissimi i momenti alti e indimenticabili (e probabilmente mai come in questo album la distinzione tra queste due categorie è a pura discrezione del gusto personale): tra i pezzi migliori impossibile non citare la romantica “Heartlines” (quanto di più vicino sentito in “Lungs”), la spettrale “Seven Devils”, il primo singolo rock “What The Water Gives Me” o la martellante “No Light, No Light”.
La prova del nove che tra le mani abbiamo uno dei dischi più belli dell’anno è contenuta nel disco bonus della deluxe edition, dove troviamo tre dei pezzi migliori (follemente confinati qui) e versioni acustiche e demo di altri. “Remain Nameless”, se non fosse per la voce della Welch, non sembrerebbe un pezzo di questo album, “Strangeness & Charm” declina il pop della cantante inglese verso inediti lidi shoegaze/pop e la finale “Bedroom Hymns”, tutta piano e percussioni, è (personalmente) il pezzo migliore del disco.
Le versioni acustiche invece sono così belle che si fan quasi preferire all’originale e questo può accadere solo quando la base è solida.
Dimenticate tutte le varie Adele, l’unica che riesce a declinare il soul in tutte le salse possibile senza mai toppare è lei, Florence. C’è chi dice che ha strafatto, c’è chi dice che è diventata commerciale, c’è chi dice che riempirà gli stadi, io dico che forse è tutto vero, ma se è fatto così bene che male c’è?
Ogni pezzo è una piccola epifania che porta ad una sorta di estasi mistica, mai deprimente, sempre grintosa e mai stancate.

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