Che per Tarsem la scrittura e l’aspetto narrativo fossero gli elementi di minor interesse nella produzione di un film è un dato di fatto piuttosto evidente. Se The Cell aveva alla base un thriller formulaico sulla falsa riga di Seven e The Fall invece era una sorta di remake del film bulgaro Yo Ho Ho, la terza produzione del regista indiano porta alle estreme conseguenze questo suo difetto tirando su un film senza nessuna sorta di base narrativa.
Il tanto pompato paragone con 300 regge poco, non bastano i produttori a ripetere un certo tipo di fenomeno come lo fu il film di Snyder, principalmente perché quel film aveva alla base un graphic novel con una storia piuttosto solida, ben strutturata e i personaggi avevano una loro profondità. Ad Immortals tutto questo manca, la narrazione è completamente priva di nessi logici, i dialoghi sono troppi e brutti, privi anche dell’epicità tamarra che ha reso 300 un cult citabile (come la famosa “Madness…? This is SPARTA!”). I personaggi appena abbozzati, totalmente privi di profondità e in alcuni casi anche di personalità, durano tutti troppo poco e cadono l’uno dopo l’altro lasciando completamente indifferenti. Il racconto presenta continue stupidaggini e incoerenze interne e non riesce in nessun modo a coinvolgere il pubblico alle vicende ne a renderle un briciolo verosimili.
Se sicuramente i demeriti di questo disastro sono opera dei fratelli greci Vlas e Charley Parlapanides, non si può comunque assolvere completamente Tarsem per aver ignorato completamente simili pecche in favore dell’estetica.
Se sicuramente i demeriti di questo disastro sono opera dei fratelli greci Vlas e Charley Parlapanides, non si può comunque assolvere completamente Tarsem per aver ignorato completamente simili pecche in favore dell’estetica.
L’estetica è il punto interessante. Da Tarsem non ci si poteva aspettare meno visti i suoi lavori passati. Con una fotografia che richiama la tavolozza di colori, le luci e le ombre di Caravaggio, le maestose scenografie combinano in modo originale geometrie moderniste a motivi floreali stilizzati medio orientali.
Gli straordinari costumi di Eiko Ishioka poi meritano una menzione a parte. Veri e propri pezzi d’arte, tra le vesti degli dei, a metà tra le armature de I cavalieri dello zodiaco e l’aspetto smaccatamente omoerotico delle fotografie di Pierre et Gilles, all’elaborato Burqa indossato dalle sacerdotesse. Senza contare i costumi dei vari guerrieri, soprattutto da parte dei “cattivi” quasi tutti personalizzati a seconda della loro specializzazione, spettacolare in questo campo l’armatura piumata del falconiere (anche se in questo caso non è un falco ma un aquila).
Nel campo della mitologia bisogna chiudere non un occhio, ma entrambi. Se vi siete irritati nel vedere miti greci stravolti nelle recenti produzioni americane come Troy o Scontro tra titani sappiate che Immortals in questo campo li batte sicuramente.
Alcune rivisitazioni dei miti sono particolarmente interessanti, come il geniale Minotauro, altre come le divinità non se la passano tanto bene.
Le divinità non hanno nulla delle caratteristiche classiche se non i nomi appena accennati (anzi addirittura Ercole viene promosso a divinità dell’olimpo a fianco di un Apollo castano, un Ares armato di martello di Thor, Zeus con le fruste di fuoco e un Atena erotizzata) nessun simbolismo abbinato, ne richiami legati ai loro ruoli divini. Addirittura non sembrano avere poteri particolari tra loro; tutti sono veloci, forti, volano e si possono trasformare, in pratica i vampiri di Twilight dorati invece che glitterati, e tra le altre cose possono addirittura morire. Ma la cosa che colpisce di più è che nello splendente scenario dell’olimpo (forse la parte più spettacolare del film) è che a risaltare di più è la desolazione che domina la scena. Un enorme città divina abitata solo da sei divinità, un enorme spreco di potenziale.
La regia di Tarsem è quanto di più lontano ci sia da questi genere di prodotti: evita il cinetismo e il montaggio da videoclip, la macchina da presa è spesso in movimento nel seguire i personaggi senza stacchi di montaggio, le inquadrature fisse durano diversi secondi e costruiscono tutte le scene come quadri in movimento, praticamente una serie di curatissimi tableaux vivants. Anche le scene d’azione più che concentrarsi sui singoli combattimenti puntano per lo più alla composizione pittorica che ricorda le rappresentazioni rinascimentali delle battaglie.
L’abilità pittorica del regista però spesso fa perdere il controllo del ritmo del suo film, molti combattimenti, come il finale tra Teseo e Iperone, finiscono per cadere nella noia più assoluta invece di risultare epici e memorabili.
Finale apertissimo a un eventuale seguito e visti gli incassi al momento rendono l’ipotesi molto probabile.
Immortals è un prodotto insaziabile di materiale artistico, tanto ricco visivamente quanto vuoto a livello contenutistico. Andrebbe visto senza audio e separato in clip come elementi di un istallazione video-artistica come gli epici lavori di Marco Brambilla.
Il prossimo appuntamento con Tarsem è previsto per la primavera quando tornerà in campo con la sua interpretazione di Biancaneve, non ci resta che augurarci un maggiore equilibrio tra contenuti ed estetica come lo era il precedente The Fall.


Lascia un commento