Recensione: Midnight in Paris

Il tour europeo di Woody Allen porta il regista a tornare ad esplorare Parigi. Questa volta dedicandole un intero film che è praticamente una dichiarazione d’amore alla capitale francese.
Molto più sfacciatamente turistico delle precedenti avventure europee (basti pensare ai titoli di testa), non cerca di attenersi ad una possibile verosimiglianza degli ambienti, ma inquadra la sua storia in una Parigi totalmente idealizzata senza limiti e al tempo stesso perfettamente in linea con il carattere romantico e fantastico del film.
Se Londra era adatta ad esplorare i lati più oscuri (Match Point), Barcellona era un territorio per sperimentare (e in cui ciò che vi accadeva rimaneva a Barcellona), Parigi invece è la città per sognare, la capitale degli artisti. Un posto in cui restare.
Andando avanti con la visione di Midnight in Paris, subito un altro film della filmografia del regista ci torna in mente: La rosa purpurea del Cairo. Come in quel film, anche ora Gil, il protagonista di Midnight in Paris, trova un modo magico per fuggire dalla realtà. In questo caso però la fuga dalla realtà finirà per costringere il protagonista ad aprire gli occhi sul mondo che lo circonda, portandolo ad agire e a cambiare. Il personaggio di Adriana invece, di cui si infatua il protagonista Gil, finirà per diventare una nuova Cecilia, poiché nella fuga dalla sua realtà degli anni ’20, si troverà ad essere anche lei una viaggiatrice del tempo per sfuggire alla propria insoddisfazione.
Ad arricchire in modo memorabile la nuova pellicola di Allen sono gli innumerevoli episodi legati ai personaggi famosi che gravitavano intorno alla vita parigina degli anni ’20, così ci troviamo ad incontrare Francis Scott e Zelda Fitzgerald, Ernest Hemingway (ottima performance di Corey Stoll) e un divertente trio di surrealisti Bunuel, Dalì (un cameo particolarmente gustoso) e Ray. Una gioia per i fan della letteratura e dell’arte e allo stesso tempo un gioco del regista che fa pronunciare a Gil un po’ tutte le domande che ci siamo sempre posti sui vari mostri sacri dell’arte.
Allen narra la storia con leggerezza, gestendo ogni aspetto cercando di rendere tutto magico e affascinante, aiutato dalla bellissima fotografia di Darius Khondji e dalle scene di Anne Seibel, facendo innamorare lo spettatore della storia come Gil lo è di Parigi.

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