
J. Edgar Hoover (Leonardo DiCaprio) è un giovane ambizioso nell’America proibizionista degli anni ’20. Figlio di un padre debole e malato e di una madre autoritaria (una sempre perfetta Judi Dench), Edgar ha un’unica ossessione: la sicurezza del proprio Paese e l’eliminazione dei criminali che la minacciano, qualsiasi sia il loro modus operandi o la loro inclinazione politica. Nominato capo del Federal Bureau of Investigation dal Presidente Calvin Coolidge, avvia una lotta senza esclusione di colpi contro bolscevichi, radicali, gangster e “antiamericani” di ogni specie. Attraverso la storia americana e le sue crisi politiche e sociali, Hoover si costruisce un’ ineccepibile reputazione. I suoi nemici, reali o supposti, sono tutti ugualmente ricattabili dai dossier privati raccolti, archiviati e custoditi da Helen Gandy (Naomi Watts), fedele segretaria che per tutta la vita sposò la causa del Bureau. Quarantotto anni di azioni legali (e non), otto presidenti e un sentimento dissimulato, quello per il collega e collaboratore Clyde Tolson (Armie Hammer), “J. Edgar” è un film sulla vita e le imprese del direttore federale più famoso d’America. Una vita romanzata e smascherata, sul finale, dalla coscienza di Tolson e dall’incoscienza del presidente Nixon.
“J. Edgar” è il ritratto di uno spirito umano: il ritratto sfumato di J. Edgar Hoover come un mostro cordiale, un insieme di intelligenza, repressione e sofferenza, un uomo la cui agitazione interiore, domata e affilata, irrompe nel fervore autoritario. Hoover intuisce che gli americani hanno bisogno di sicurezza, o almeno dell’illusione della sicurezza, e diventa lo strumento della loro protezione, esercitando e giustificando, con una retorica corazzata, il suo stesso dominio.
Il J. Edgar di questo film non è il prode anticomunista patriottico che Hoover si considerava, ma piuttosto qualcuno che ha solo immaginato di essere stato l’eroe della storia, qualcuno che è passato da emarginato a oppressore, che non ha esitato a calpestare o ricattare chiunque avesse ostacolato la sua strada. L’ironia principale di questa situazione è che quest’uomo, rigido e ipocrita come uno dei tanti commissari sovietici che temeva e combatteva, a quanto pare aveva una vita privata non riconosciuta che se da un lato regala un’inaspettata intensità alla sua storia, dall’altro avrebbe fatto di lui un bersaglio delle sue stesse indagini.
Girato in una malinconica oscurità dal direttore della fotografia Tom Stern (storico collaboratore di Clint Eastwood), “J. Edgar” utilizza una struttura da “notizie dietro le notizie” che ricorda “Quarto Potere” nei salti temporali tra i primi giorni di Hoover e la Legge che egli è diventato.
Ma questi “salti temporali” nella trama, se da un lato sono un pratico metodo narrativo (nonchè in parte citazionistico), dall’altro risultano poco lineari e inefficaci a identificare in modo chiaro l’inconoscibile figura pubblica di Hoover. La sceneggiatura di Black sembra spesso fare il passo più lungo della gamba, soprattutto negli incespicanti passaggi da una frenetica narrazione all’inerzia drammatica, o nella poco sfruttata versione scandalistica di Hoover come crossdresser non dichiarato.
In definitva, “J. Edgar” è una pellicola che vanta pregevoli qualità stilistiche e narrative, una fotografia eccezionale, e un cast invidiabile (il premio Oscar Judi Dench e i plurinominati Leonardo DiCaprio e Naomi Watts), ma la direzione senza fronzoli di Clint Eastwood e la sceneggiatura talvolta altalenante di Dustin Lance Black sembrano non andare pienamente d’accordo e il risultato è un film nel complesso spesso poco stimolante. E’ un peccato considerando i nomi che hanno lavorato alla realizzazione di questa pellicola: oltre agli eccezionali attori e ai sopracitati premi Oscar Eastwood e Black, la produzione è di Ron Howard e il montaggio del premio Oscar Joel Cox. Un team che sulla carta avrebbe dovuto far tremare i muri e le poltrone del Kodak Theatre sembra aver creato un prodotto da tiepido brivido.
Aspettiamo il 24 Gennaio per sapere il responso della giuria dell’84 edizione dei premi Oscar.

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