Dopo Hunger, fame, arriva Shame, vergogna. Il regista inglese Steve McQueen continua a lavorare sulle singole suggestioni umane per raccontare storie di personaggi difficili. Se nel suo primo film puntava sul dolore trasmesso agli spettatori, in Shame lo spettatore viene bombardato di un immaginario erotico che non provoca eccitamento ma suggerisce il senso di solitudine che affligge i personaggi.
Due tipi di dipendenze ci vengono mostrate in questo capolavoro del cinema inglese: da una parte l’evidente dipendenza sessuale di Brandon viene sfoggiata in modo plateale e doloroso, dall’altra peculiarmente in modo più sottile e silenzioso viene mostrata la dipendenza affettiva di Sissy, alla costante e silenziosa ricerca di un appiglio a cui legarsi.
McQueen grazie al suo bagaglio come video artista lavora con una funzionale gamma di immagini riuscendo a trasmettere alla perfezione ogni dettaglio della storia, facendo un uso essenziale dei dialoghi e concentrandosi invece sugli sguardi, sui dettagli e sui suoni, elementi spesso troppo sottovalutati nel cinema mainstream. Ogni elemento della messa in scena non è mai casuale, dai costumi alle scenografie (il dettaglio della Redbull al posto del caffé quando al protagonista viene fatto notare che il caffé macchia i denti), fino all’algida fotografia utilizzata per comunicare a livello empatico con lo spettatore.
Le performance dei due protagonisti sono magistrali: Michael Fassbender interpreta il sesso-dipendente Brandon, in modo completo, con nudi integrali che fanno risaltare ancora di più la sua bellezza e al contempo la sua sofferenza interiore, creando un perfetto contrasto tra la prestanza da sex symbol e la bruttezza delle situazioni sessualmente disturbanti, mentre Carey Mulligan, in costante ascesa artistica, dà vita alla sorella Sissy con le sue paure e la sua vulnerabilità, con una profondità tale da creare una perfetta empatia con lo spettatore (degna di menzione la sequenza cantata di New York, New York).
La regia di McQueen riesce ad essere al contempo delicata ed incisiva, rendendo le scene di sesso, fredde e antierotiche senza mai cadere nella volgarità, calibrando sempre al meglio le scene di nudo integrale, realizzando sequenze studiate di altissimo livello come la perfetta discesa agli inferi del protagonista in una dark room.
La sceneggiatura minimalista affronta il tema della dipendenza sessuale in modo insolito, portando ad altissimi livelli un soggetto che in mano altrui poteva diventare un disastro di clichè (penso ad esempio a Ryan Murphy).
Durante il festival di Venezia, dove il film ha vinto la meritatissima Coppa Volpi per l’interpretazione di Michael Fassbender, il film è stato più volte nominato come una sorta di Taxi Driver del sesso. Paragone senza dubbio pertinente, tanto per il modo del regista di utilizzare ai fini narrativi l’immaginario di una città come New York, che per il male esistenziale che affligge il protagonista che per molti aspetti può ricordare quello che affliggeva Travis Bickle, ovviamente con diverse evoluzioni narrative.
Steve McQueen riesce così ancora una volta, dopo il fortunato esordio con Hunger, a realizzare un ritratto sofferente e preciso di un aspetto della vita umana, senza aver paura di rischiare, puntando in alto anche a costo di andare in contro ad un prodotto difficile per il pubblico (non a caso il film è uscito come vietato ai minori di 17 anni negli stati uniti, per via della componente sessuale).


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