Sleeping Beauty [Recensione]

“My vagina is not a temple” sono le parole di Lucy quando una particolare maîtresse le propone di diventare una sua protetta, esercitando una sorta di particolare prostituzione, che non comprende la penetrazione ma permette a uomini, disposti a pagare notevoli cifre, di passare la notte con delle belle ragazze addormentate da una particolare droga.
Lucy accetta il lavoro inizialmente perché bisognosa di denaro per mantenersi e pagare l’università, fin dalle prime immagini del film, infatti, vediamo come la ragazza sia disposta a prestarsi per qualunque tipo di lavoro per potersi guadagnare qualcosa; dalla cavia per esperimenti scientifici alla cameriera alla tirocinante in un ufficio, e se capita prostituendosi in un bar frequentato da uomini d’affari. Da bisogno economico la prostituzione diventerà per lei quasi un bisogno fisico.
Ingiustamente maltrattato Sleeping Beauty, presentato a Cannes sotto l’egida dell’australiana Jane Campion, è un interessante esordio che fa sperare bene per il futuro.
La regista Julia Leigh si ispira chiaramente a Kubrick per la sua opera prima, riprendendo e rielaborando al femminile le tematiche sessuali affrontate dal regista americano, e soprattutto citandolo da un punto di vista estetico fin dai titoli di testa, in una sequenza la cui fotografia asettica “bianco su bianco” ricorda immediatamente 2001: Odissea nello spazio.
A controbilanciare però da un punto di vista narrativo la regista, nonostante le origini come romanziera, non sembra essere sufficientemente robusta per supportare le sue grosse pretese artistiche, risulta così troppo elise il racconto e costantemente sul punto di crollare.
Come già visto di recente in Shame, un altro film che affronta il lato oscuro della sessualità umana, anche qui la raffinata cura estetica e la bellezza della protagonista viene utilizzata per dare un maggiore impatto nel contrasto con le disturbanti scene erotiche della prostituzione.
La protagonista Emily Browning con questa prova coraggiosa (insieme a quella altrettanto sexy di Sucker Punch) sembra volersi scrollare di dosso l’aurea di brava ragazza che l’ha resa famosa col film Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi, dimostrandosi un ottima interprete adatta alla parte ma con ancora molto potenziale da tirare fuori.
Una sorta di versione moderna di Bella di giorno non del tutto riuscita che dimostra il grosso potenziale della regista e della sua interprete.

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