Regia: David Fincher
Thirller
2011
In quel di Parigi abbiamo avuto modo di vedere questo atteso remake prima che esca in Italia, dove come al solito siamo gli ultimi a ricevere i film in sala.
Partendo dal presupposto che i remake americani dei prodotti europei (film e serie tv) hanno poco senso, è il caso di fare un’eccezione. Quando dietro alla cinepresa troviamo un David Fincher intenzionato a tornare sul genere thriller dai tempi di Zodiac bisogna rivalutare le proprie posizioni.
La vicenda del film, di per sé, non è che sia molto interessante: un ricco magnate svedese decide di avvalersi della collaborazione di un giornalista scaltro per far luce sui segreti della sua famiglia e sulla scomparsa di una nipote, avvenuta nel lontano 1966. Il giornalista si farà poi aiutare dalla ragazza col drago tatuato sulla schiena del titolo americano del film.
Le due vicende del giornalista e dell’investigatrice tatuata percorrono inizialmente due strade separate che verso la metà del film si incontrano per svelare il mistero: proprio questa struttura riesce ad alleggerire il film e a non farci sentire il peso della mastodontica lunghezza della pellicola (158 minuti). Anche se ricco di eventi, il film riesce a mantenere alta l’attenzione grazie ai personaggi, sopratutto l’incredibile Rooney Mara nei panni dell’investigatrice punk bisex: il lavoro da lei svolto nella totale immedesimazione è sorprendente, sia nei momenti più cupi che nei (pochi) momenti più tenui. Senza infamia e senza lode Daniel Graig, sempre in forma, sempre mediocre.
Come aveva promesso, Fincher ha creato il film più cupo e perverso dai tempi della coppia Seven/Fight Club, con sequenze veramente claustrofobiche e perverse: su tutte regna lo stupro di Lisbeth.
Il gelo della Svezia è anche il gelo delle persone che ostacolano le ricerche, tutto è fermo e congelato in attesa di un disgelo che solo il bisogno di redenzione dei due protagonisti può portare.
La tanto glorificata colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross nel film viene utilizzata solo in parte, con pochi pezzi ripetuti più volte, ma per fortuna sono stati scelti i migliori. Ottimo il montaggio sonoro, come nella sequenza nell’ufficio dell’assistente sociale di Lisbeth, dove il rumore di sottofondo dell’aspirapolvere sfuma “naturalmente” nel torbido e inquietante accompagnamento ai perversi avvenimenti.
Come sempre a livelli vertiginosi nei film di Fincher è la fotografia a cura di Jeff Cronnenweth, che rende visivamente il film molto simile al precedente The Social Network (con la differenza però che in questo caso il tono cupo è decisamente più giustificato).
Con la speranza che sia ancora David Fincher a curare i prossimi due capitoli della saga (che considerati gli incassi iniziali credo si faranno), godetevi nel frattempo questo Millennium – Uomini che odiano le donne anche se avete già visto la versione europea. Ne vale davvero la pena.
NB: i titoli di testa sono una delle cose più belle che voi possiate vedere al cinema. Fosse stato tutto il film così nessuno ne sarebbe uscito vivo.


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