Dopo tanto (tantissimo, troppo) hype finalmente possiamo ascoltare tutto l’album d’esordio di Lana Del Rey, Born To Die. Circa la metà dei brani di questo album non sono una novità essendo stati pubblicati/leakati negli scorsi mesi, ma è giusto valutare l’album nel suo complesso.
Si pone un altro problema però: si può recensire un disco del genere a prescindere dal contesto, dall’hype, dai glitter e il botox? Solitamente si, ma in questo caso proprio no. Born To Die non inizia con l’omonima canzone e non finisce con “This is What Makes Us Girls”. Insieme all’album Lana ci vende un’immagine e un immaginario e noi siamo chiamati a esprimerci anche su questi. Ed è qui che più che nelle canzoni il fallimento è totale. Non voglio farne un discorso sessista da lesbica attivista, ma l’immaginario di donna oggetto sottomessa è quanto di più orribile si potesse proporre, sopratutto se è finto. E’ come pretendere di vendersi intenzionalmente per qualcosa di orribile: doppio orrore.
Quindi oltre ai vestitini succinti e alle labbra tanto incriminate, Lana (o chi per lei) farcisce le sue canzoni di versi come “My old man is a bad man / But I can’t deny the way he holds my hand / And he grabs me, he has me by my heart” e “I’m your little scarlet, starlet / Kiss me on my open mouth / Ready for you” in “Off To The Races” o “Money is the reason we exist / Everybody knows it, it’s a fact / Kiss, kiss” in “National Anthem”.
Venendo alle canzoni bisogna dire che non è tutto da buttare: ci sono dei super singoli (l’inflazionata “Video Games”, l’identica “Blue Jeans”, la consacrazione di “Born To Die“, la frivola “Nathional Anthem” e “Dark Paradise”) e tanti altri riempitivi. Il successo di una pop star può tranquillamente reggersi su un album del genere, con solo i singoli a mandare avanti la baracca e a far vendere copie.
Musicalmente “Born To Die” presenta un pop-r&b che però r&b non è davvero in un mondo segnato dall’esistenza di Timbaland. Il tutto poi è coperto con archi che fanno tanto cantautrice, stile Adele.
Niente di particolarmente originale, ma neanche così tragico. “Dark Paradise” è un perfetto esempio di questo connubio di pop/r&b/archi ed è uno dei pezzi che funziona meglio, mentre le battute finali tendono o scopiazzare “Video Games” come fa “Summertime Sadness” o semplicemente ad addormentarci come “Million Dollar Man”.
Le canzoni quindi ci sono, non è tutto botox e qualcosa si salva. Il resto, come detto milioni di volte, è immagine. Che vi piaccia o no, Lana Del Rey avrà un successo planetario ed essendo le canzoni confinate in un limbo di assoluta mediocrità, sarà tutta una questione di simpatia se vi piacerà o meno.
Un parere personale? Vorrei vederla spedita oltre l’orbita terrestre, oltre la fascia degli asteroidi, confinata nella parte più fredda e lontana del sistema solare, ma non posso negare che certi pezzi abbiano il loro perché. Haters di tutto il mondo mettetevi il cuore in pace.


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