Recensione: Leonard Cohen – Old Ideas

Folk

Columbia Records
2012

Non si tratta sicuramente di una nuova scoperta, tutt’altro. Il maestro del folk cantautorale canadese e mondiale, Leonard Cohen, torna a commuovere i suoi fan con il suo ultimo, dodicesimo album, “Old Ideas”.
Uscito il 30 Gennaio e pubblicato per la Columbia Records, questo “Old Ideas” suona un po’ come il testamento (anche se forse è indelicato scriverlo) di Leonard Cohen, giunto alla veneranda età di 77 anni, in cui le sue abituali riflessioni sulla vita, sull’amore e sullo spirito acquisiscono un tono diverso.

“The Darkness” è brutalmente franca, Cohen si apre in una riflessione introspettiva sulla sua vita (“I’ve got no future, I know my days are few” “I thought the past would last me, but the darkness got that too”). Con un organo che fa ombra alla sua chitarra acustica, questo brano possiede il tono implacabile di un tardo-Dylan, anche se è ancora lontano da quella amarezza. Questo onore spetta invece a “Amen”, che inizia come una semplice canzone d’amore (con il ritornello ricorrente “Tell me that you love me, amen”) canticchiata sugli accordi di un banjo, unito a una viola intensa e ad un organo. Ma procedendo, le richieste insistenti di “tell me again” diventano sempre più oscure, la lingua si affila, fino al punto in cui canta “the filth of the butcher is washed in the blood of the lamb”. “Tell me again when the victims are singing, and the laws of remorse are restored”, lamenta Leonard, e diventa chiaro che queste sono le “Old Ideas” a cui si riferisce: quelle dimenticate verità di certezza etica, amore e fratellanza umana abbandonate a loro stesse.

Il brano di apertura, “Going Home”, è un pezzo pulito di auto-parodia, in cui Cohen si rivolge a se stesso (riprendendo la sua “Tower of Song” del ’88) in modo autocritico e divertente: “I love to speak with Leonard / He’s a sportsman and a shepherd / He’s a lazy bastard living in a suit / But he does say what I tell him / Even though it isn’t welcome / He just doesn’t have the freedom to refuse”. Gli echi del lavoro passato di Cohen, le sue vecchie idee, sono ovunque. Il jazz da cocktail di “Anyhow” ricorda “The Smokey Life” (pubblicata in “Recent Songs”), mentre la dolce “Lullaby” offre un assaggio di quei comfort sanatori di “Anthem”.
Ogni traccia aggiunge nuove sfaccettature e sfumature alle emozioni. Questo è quel che succede in “Show Me Place”, che rivisita il paesaggio emotivo di una delle canzoni più belle di Cohen, “If It Be Your Will” (“Various Positions”). Una preghiera di supplica, una terrosa voce si fonde con i vocalizzi leggeri di Jennifer Warnes creando delle armonie eteree.

“Show Me the Place” sarebbe dovuta essere evidentemente il pezzo di chiusura di “Old Ideas”, Cohen invece ha deciso di metterla come terzo brano dell’album, lasciando spazio ad un tipo completamente diverso di canzone per il suo finale. “Different Sides” è un lamento alla sua duplice natura: da un lato dello specchio, un uomo debole e spaventato che cerca di sfuggire alla realtà, dall’altro, uno spiritualista attratto dalla responsabilità del “Verbo” (“You want to live where the suffering is / I want to get out of town / Come on, baby, give me a kiss / Stop writing everything down / Both of us say there are laws to obey / Yeah, but frankly I don’t like your tone / You want to change the way I make love / But I want to leave it alone.”).

“Old Ideas” non è in grado di conquistare nuovi fan di Leonard Cohen. E troppo intenso e troppo crudo per attirare la folla dal facile ascolto e musicalmente troppo sottomesso per la media dei fan del rock. Ma per i suoi vecchi fan e coloro che riconoscono in Leonard Cohen una pietra miliare della musica cantautorale, “Old Ideas” è forse l’album più unitario degli ultimi decenni. La bellezza e l’orrore si tengono a braccetto in una profonda ed esilarante esperienza, unica nello scenario della musica popolare.
In un’epoca di hype e iperboli in cui la parola sembra aver perso quasi tutto il suo significato, “Old Ideas” è nel vero senso della parola un capolavoro.

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