Al suo settimo album Mark Lanegan ha sentito l’esigenza di cambiare. Blues Funeral, a parte il titolo, la copertina e il primo singolo, non suona come nulla di precedentemente prodotto dal cantautore americano. Se dovessimo, pistola alla tempia, fare un paragone potremmo tirare in ballo Mr. Maynard James Keenan, che col suo progetto Puscifer si è allontanato molto dal genere dei Tool, con ottimi risultati.
Lo stesso non si può dire per Mark Lanegan.
“The Gravedigger’s Song” pare voler volgere ancora uno sguardo al passato recente di Bubblegum e delle collaborazioni con i Queens of the Stone Age: questo primo singolo infatti, col suo bellissimo video (qui sotto in calce), inganna e non poco. Il resto dell’album prende una piega a dir poco inaspettata.
“Bleeding Muddy Water” infatti presenta inediti suoni trip-hop per il cantautore americano, nonché la ricerca di una voce più melodica, ma non di certo meno calda. Se per certi versi questo pezzo mostra che la sua voce si può prestare a qualsiasi genere, non si può negare che sia piuttosto ingenua la struttura, nonché monotona.
“Grey Goes Black” c’entra poco col titolo dell’album e ricorda moltissimo Bubblegum, mentre è decisamente più pertinente per una raccolta intitolata Blues Funeral la funerea “St. Luis Elegy”, con tanto di organo sacro e con ben impresso il marchio di fabbrica Mark Lanegan.
“Riot In My House” conserva ancora qualcosa di stoner, ma non si fa certo ricordare, mentre la follia danzereccia di “Ode To Sad Disco” non passa inosservata, sia per la lunghezza che per l’effetto sconvolgente che lascia sull’ascoltatore: è davvero una canzone di Mark Lanegan? Ebbene, e purtroppo, si. Non che ci sia niente di male nel tentare nuove strade, ma questa non è certo quella giusta per il cantautore americano, sopratutto se percorsa in questo modo. Oltre 6 minuti di idee già sentite miliardi di volte. Funziona molto bene invece l’ispirazione ai Blur di “Quiver Syndrome”, con la sua anima rock affogata nei suoni elettronici distorti.
Purtroppo “Harborview Hospital” è l’ennesima prova che in quest’album, se non cantasse un mostro sacro come Mark Lanegan, si potrebbe skippare dopo 20 secondi. Facciamo 30 dai.
Per fortuna poi c’è “Leviathan”, uno de pochi pezzi che riesce a cambiare di poco la vecchia formula magica dei pezzi di Mark senza scadere nella banalità: su una base blues troviamo suoni inquietanti e spettrali, quasi una cantilena. E alla fine, “Tiny Grain Of Truth”, quasi del tutto strumentale, mette in mostra tutta la debolezza delle capacità compositive di Mark Lanegan nel momento in cui esce dai lidi protetti di un genere in cui ha navigato per quasi 30 anni.
Come spesso accade, non ci resta che prendere quel che c’è di buono di quest’album e ricordarci che questo grande artista ha prodotto cose ben migliori.


Lascia un commento