Recensione: Laleh – Sjung

Folk pop/Synthpop
Warner Music Sweden
2012

La cantante iraniano-svedese Laleh Pourkarim ha rilasciato il 25 Gennaio scorso il suo quarto album, a quasi 3 anni di distanza dal precedente “Me and Simon”.
La giovane artista, quasi o del tutto sconosciuta nel nostro Paese, ha delle indiscusse qualità che se da un lato le hanno permesso di vincere nel 2005 tre Grammis (l’equivalente svedese dei Grammy Awards), dall’altro non sono sufficienti a riconoscerla pienamente come esponente principale dello scenario synthpop scandinavo, oscurata dalla presenza sempre più internazionale e intensa nella connazionale Robyn.
Sjung” (svedese per “cantare”) è il titolo di questo nuovo album di Laleh.

Purtroppo, Laleh sembra adagiarsi un po’ sul successo delle cover cantate nel programma svedese “Så mycket bättre” (cover che compongono il CD2 di questo album) e il risultato è un LP che in più punti suona piuttosto debole. I precedenti tre non erano certamente le produzioni più complete, ma avevano tracce più forti che ponevano la cantante attualmente 29enne sotto i riflettori della scena pop svedese.
Ma questo non significa che anche in “Sjung” non siano presenti melodie pop degne di nota.

L’inizio è alquanto promettete, affidato al ritmo “afropop” della catchy “Elephant” in cui Laleh sibolicamente canta “have a good day brother / me and your sister will rise up like an elephant from the mud / In your carefree sleep / we will break free“. “Some Die Young”(primo singolo) mantiene alto l’interesse verso questo album con i suoi ritmi leggeri ripescati dagli anni ’80, e lo stesso fa anche la croccante ballata R&B “Who Started It”.
“Interlude” funge solo da introduzione alla successiva “Samuel” che sembra ripescare liberamente da Kate Bush e dai The Knife (“Silent Shout”) creando un mash-up sicuramente fresco, ma forse poco efficace.
La struggente “Better Life” è forse, insieme alla prima, uno dei migliori brani dell’intero album. “What You Want” è una canzone molto standard e poco originale nell’ambito del pop internazionale, ma con le caratteristiche della musica di Laleh, “In the Cornet” invece sfiora e accarezza “Ziggy Stardust” del grande David Bowie.
“Vårens Första Dag” canta sia della morte che della scintilla della vita in una canzone pop con quel ritmo galoppante tipico di Laleh.
Finalmente nella title track, nonchè brano di chiusura, Laleh tira fuori il poeta artistico neo-hippie che è in lei (come apparre dalla copertina). Il flauto di Gustav Thörns e la voce rugiadosa di Laleh creano quella magia sognata ed eterea che solo Laleh riesce a evocare.

Laleh è riuscita ad aumentare il livello di difficoltà tenendo gli occhi ben spalancati, ma una parte dei brani dell’album sono piuttosto deboli e fragili e nel complesso manca di spontaneità. E’ un album ben fatto e molto ben prodotto, ma c’è un senso di “Kate Bush-osa” volontà di fare tutto alla perfezione. Un album molto perfezionista e poco istintivamente energico.
Un album che vale comunque la pena di ascoltare e che lascia sperare e presagire che la giovane Laleh abbia ancora tutte le chance per inserirsi meritatamente nello scenario pop internazionale.

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