…e ora parliamo di Kevin [Recensione]

Lynne Ramsay
Drammatico / Thriller
2011 
Dopo un fallito tentativo di portare sul grande schermo il romanzo Amabili resti (che poi purtroppo è stato realizzato in modo pacchiano e fallimentare da un Peter Jackson nel pieno della sua megalomania) la talentuosa regista inglese Lynne Ramsay decide di adattare il bestseller Dobbiamo parlare di Kevin di Lionel Shriver.
La Ramsay lavora il materiale di partenza per sottrazione utilizzando i mezzi cinematografici a sua disposizione, per imprimere ogni messaggio attraverso le immagini senza utilizzare troppo i dialoghi lasciando così che a parlare siano suoni e colori.
L’intelligente regia della Ramsay gestisce ogni dettaglio, utilizzando un montaggio complesso e a tratti sperimentale (specie nella parte iniziale), puntando molto su un estetica pittorica contemporanea che richiama Jackson Pollock, Andy Warhol, Edward Hopper e Mark Rothko anche facendo un forte uso di cromatismi. Infatti fin dalle prime scene il rosso si impone come il colore dominante e motivo conduttore del film, dalla festa Valenciana de La Tomatina, fino alla vernice che viene scagliata contro la casa della protagonista Eva, che cercherà di eliminare per tutto il film, così come cercherà di lavare il più possibile il senso di colpa che l’affligge.
A coprire il difficilissimo ruolo di Eva c’è un eccezionale Tilda Swinton, che riesce benissimo ad interpretare il ruolo della madre tormentata che si ritrova ad odiare suo figlio, e riesce ad esprimere le più complesse sensazioni e i difficili momenti della vita del suo personaggio attraverso piccoli gesti e movimenti evitando accuratamente facili gesti plateali, rendendo alla perfezione anche un argomento particolarmente scomodo come la depressione post parto con una buona sensibilità (siamo anni luce dalla banalità della Comencini del suo Quando la notte)
La combinazione dei pezzi originali cupi di Johnny Greenwood dei Radiohead e di brani celebri decisamente “allegri” creano delle interessanti situazioni al limite del surreale e dell’inquietante quando esse vengono alternate a momenti di silenzio stranianti.
Quasi come un possibile seguito di Rosemary’s Baby, la Ramsay infatti non lesina dall’assorbire a piene mani l’estetica e il linguaggio del cinema horror per raccontare la sua storia aumentando ancora di più il suo essere disturbante.
La Ramsay mette in scena un incubo che difficilmente lascierà indifferenti gli spettatori che vengono messi di fronte a situazioni sgradevoli e difficili da digerire che fin ora erano stati mostrati da un altro punto di vista come nel caso di Elephant.

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