Synth pop
Naïve
2012
Vi racconterò una storia. La storia di un ragazzo disperato. Il motivo della sua disperazione? Semplice: avere tra le mani un bell’album da settimane e non saper che dire a riguardo.
Ternion è la seconda, attesa, prova dei We Have Band dopo il colorato esordio. Le tinte ora si fanno immediatamente più oscure.
Il mix di indie, pop ed elettronica rimane pressoché invariato, anche se è leggermente più ricercato. Ci introduce una liturgica “Shift”, che su organi sempre più invadenti cresce sino ad invaderti il cervello, e quando pensi di non poterne più ci si aggiungono anche i cori da stadio: che mal di testa, ma anche che bello.
“After All” ricorda molto da vicino ambienti synth pop alla “Playing The Angel”, ultima opera valida dei Depeche Mode. Nel caso non fosse chiaro, è assolutamente un complimento: il pezzo è uno dei migliori del disco, possibile super singolo.
Sempre in tema di singoli ecco arrivare “Where Are The People?”, un leggerissimo e spensierato math-pop che si conficca nelle sinapsi neurali e da lì non esce: assolve egregiamente il suo ruolo.
Il basso di “Visionary”” è davvero penetrante nonostante sia molto delicato e conduce lungo una strofa che introduce poi un ritornello come al solito catchy.
Se spesso usare paragoni con altre canzoni può essere utile per descrivere un brano di questa “What’s Mine, What’s Yours” non possiamo non dire che non solo assomiglia a “The Magic Position” di Patrick Wolf, ma ne è praticamente la fotocopia alla We Have Band, almeno nelle strofe: il ritornello salva la situazione, anche se non è incisivo come altri (inaspettato il delirio finale, ma apprezzato).
Insopportabile poi è l’unico aggettivo che si può attribuire a “Steel In The Groove”, simpatica sulla carta forse, ma inascoltabile per 4 minuti che sembrano essere ore.
“Tired Of Running” e “River of Blood” invece ci fanno sentire la mancanza degli Editors, ma è un ottimo antipasto in attesa del loro ritorno e costituiscono sicuramente un altro momento degno di nota dell’album.
In misura maggiore rispetto ad altre canzoni, “Waterlight” fa molto leva sull’alternanza della voce piena e calda di Darren Bancroft e di quella algida di Dede WP: non contenti ci buttano anche deliri chitarristici con tanto di vocine infantili a condire il tutto. Semplicemente inutile la finale lenta, mentre molto interessanti sono le versioni acustiche di alcuni pezzi nell’edizione speciale del disco.
Nessun evidente difetto, nessun particolare negativo da segnalare insomma, ma neanche quel salto di qualità che ci si sarebbe aspettato dai tre di Londra. Ternion è un album sicuramente valido, che in parte cresce con l’ascolto prolungato, ma che difficilmente rimarrà nei vostri cuori per più di quanto starà sui vostri lettori.


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