James Watkins
Horror
2012
Arthur Kipps è un avvocato inglese che si trova costretto ad accettare un lavoro in un piccolo paesino, non sa però che il villaggio nasconde un segreto: Arthur si troverà a dover lavorare nella casa disabitata in mezzo ad una palude dove aleggia la maledizione di uno spietato fantasma, la donna in nero, e ad affrontare gli altrettanto inquietanti abitanti del villaggio col loro modo estremizzato di affrontare la maledizione che li affligge.
Negli ultimi anni le atmosfere gotiche hanno abbandonato i territori dell’horror, si preferisce puntare sulla violenza estremizzata o su prodotti low budget finti amatoriali. Anche la cinematografia europea dopo il fortunato caso di The Orphanage non sembra aver avuto interesse nel continuare sulla rotta del gotico.
The Woman in Black in questo terreno sembra una novità pur essendo in verità un grande ritorno al passato, un horror in cui la paura è veicolata dalle atmosfere gotiche e dal non-visto andando in controtendenza alla violenza esibita di moda al momento.
Il film inglese si porta dietro tutto il bagaglio iconico della casa di produzione Hammer, celebre tra la metà degli anni 50 e la fine degli anni 70 per i suoi leggendari horror gotici come Dracula il vampiro e La maschera di Frankenstein, con le sue atmosfere nebbiose, le scenografie ricercate (e anche vistosamente finte) fino alle inquadrature tipiche della casa di produzione, aggiornando però le dinamiche dello spavento in modo da non risultare solo un revival degli horror di un’altra epoca ma cercando di spaventare lo spettatore moderno.
In molte scene bastano dei vecchi giocattoli o una sedia che si muove da sola per inquietare lo spettatore senza bisogno di buttare tutto in sangue e pezzi di cadaveri.
Senza spiegoni e senza bisogno di dover razionalizzare tutto a tutti i costi, il regista James Watkins riesce a creare momenti effettivamente spaventosi e inquietanti che lasciano addosso un reale senso di inquietudine che accompagnalo lo spettatore anche fuori dalla sala cinematografica.


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