Pop
Cooperative Records
2012
Chi è questa giovine pulzella dalla faccia furba e la voce acuta, così acuta da far mettere le mani nei capelli ai più? I più che forse non sanno che una voce del genere ai tempi fece la storia, la incise e divenne fonte per i posteri, tutti, nessuno escluso.
Ecco, dicevamo, chi è Alex Winston? Una polistrumentalista cantautrice-cantastorie statunitense. La cui musica è tutt’altro che americana. Certo, le basi country ci sono tutte, su sua stessa ammissione, ma fanno solo da fondamenta alla produzione tutta europea di questo suo disco d’esordio King Con. Parliamo di quelli lì che hanno lavorato con Lykke Li e Florence + the Machine.
In giro si può leggere di lei come indie, art, rock, alternative. Addirittura?
Io dico che il suo è solo del sano pop ben lavorato che accompagna testi non autobiografici contenitori di piccole storie. Il tutto in salsa estremamente catchy, se non irresistibile, a meno che non siate troppo pretenziosi o facilmente irritabili da un cantato non canonico. Ma voglio dire, è quella la sua particolarità. La credebilità di questo disco è data dal fatto che la ragazza riesca a spiccare in maniera molto discreta (senza parrucche e trampoli coperti di lustrini) da un mare di novità concorrenti del suo stesso genere. Il suo pregio è una personalità basata su uno stile musicale che non sarà una novità, ma risulta sempreverde e fresco.
King Con è un disco che spazia restando omogeneo. L’umore si tiene sul giocoso quasi tutto il tempo, ma nonostante ciò si percepisce un certo retrogusto aspro dato delle liriche il più delle volte accusatorie, polemiche. Non c’è spazio per canzoni d’amore. Subito esplode il western dell’apripista Fire Ant, preludio alla nostalgica Velvet Elvis, il singolo che racconta di una bellissima ossessione (“Papa said I crossed the line/ Cought us in our special time, Elvis”). E poi via, il disco parte e diventa una treno in corsa, che rallenta solo verso il finale con la maliconica Benny. Come già detto il country folk è la chiave di volta: Medicine, Locomotive (emblematico il passaggio: “I wish I care about the things you care about, but I don’t”) e Host sono un trittico esplosivo, placato dalla più ombrosa, ma altrettanto potente Guts. Choiche Notes e Sister Wife sono i singoli che l’hanno resa famosa, tramite tv e web rispettivamente, irrinunciabili quindi. La conclusione è affidata alla frenetica Rum Rumspringa e al coinvolgente crescendo di The Fold.
A questo punto le reazioni potrebbero essere due: a) Ne ho abbastanza, “cestina”. b) Ne voglio ancora. Come intuibile, per me è stato il secondo caso, e ad onor di ciò lancio il razzo in direzione Venere e lì lo faccio orbitare.


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