Negli anni novanta Madonna, più che dettare mode come faceva in passato, ha puntato decisamente su terreni e tendenze già rodate da altri artisti. Dopo l’esplosione della moda new age ad esempio, Madonna ha cercato di approdare su territori più sperimentali con l’album Ray of Light, che probabilmente tutt’ora è il suo capolavoro.
Nel pieno dell’impopolarità di George W. Bush e delle sue politiche cominciano a spuntare uno dopo l’altro album che riflettono lo scontento dell’operato del presidente repubblicano, ma se seguendo questa strada American Idiot porta i Green Day alla fama planetaria, American Life di Madonna invece affossa la sua carriera rivelandosi un flop tanto artistico quanto economico.
A rilanciare la pop star arriva due anni dopo Confessions on a Dance Floor, che cavalca l’onda del revival anni ottanta (capeggiato dal fortunato Love Angel Music Baby di Gwen Stefan) e grazie ad una pseudo-cover di “Gimme! Gimme! Gimme! (A Man After Midnight)” degli ABBA Madonna ritorna a dominare le classifiche di tutto il mondo.
Sempre a caccia del cavallo vincente per Hard Candy la pop star si affida a Timbaland, ma la cantante arriva quando ormai il fenomeno Hip Hop sta scemando e l’album finisce per essere un altro passo falso.
E in questo periodo chi domina la scena musicale? A chi ci si può ispirare?
Questa volta a dominare le classifiche mondiali ci sono Adele col suo pop melodico, che per impostazione vocale è impossibile da seguire per Madonna e dall’altra parte Lady Gaga, un terreno anche qui impraticabile in quanto risulterebbe troppo cedevole e vicino al citazionismo.
La pop star americana per il suo MDNA cerca così di puntare ai singoli tormentoni (ma comunque col minimo di buon gusto necessario per non affidarsi a Bob Sinclair).
Abbiamo così “Girl Gone Wild” che si affida alla house dell’italiano Benny Benassi (famoso per la sua “Satisfaction”) e “I’m Addicted” che risulta decisamente meno adolescenziale e fedele allo stile della pop star.
Martin Solveig invece ci va decisamente sul pesante con “Turn Up the Radio”, fin troppo simile al tormentone “Hello”, mentre con “Give Me All Your Luvin’” punta al massimo sui ragazzini con un incrocio tra “Girlfriend” di Avril Lavigne e “Hollaback Girl” di Gwen Stefani, ma il risultato non raggiunge neanche lontanamente i modelli a cui si ispira.
Non poteva mancare così Nicki Minaj, la prezzemolina nel pop (ormai non si tiene più conto dell’incredibile quantità di artisti con cui ha collaborato), che però in questo caso prende parte ad uno dei pezzi più superflui del CD come “I Don’t Give A”.
Si rincorrono un po’ anche le sonorità dance provenienti da un sempre più forte nord Europa con “Some Girls” che ricorda un po’ Robyn, adattata però ai gusti delle discoteche gay.
In questo grande miscuglio di produttori e collaboratori il pezzo migliore dell’album è “Gang Bang”, che vede tra i produttori e scrittori una sfilza di nomi riconducibili a Rihanna, Fergie, Selena Gomez e che comprende anche la mano di Mika.
Non manca nemmeno l’autocitazione e l’autocelebrazione con “Superstar”, non troppo lontana da “Love Profusion”, o la terribile e inascoltabile “I’m a Sinner”, che sembra quasi una parodia della pop star.
Una Madonna più sincera (così come più evidente è la mano di Orbit) arriva dalle tre ballate finali “Love Spent” che vede alla scrittura un collaboratore storico (del nemico) Morrissey, la quasi New Age “Falling Free” e “Masterpiece”, molto adatta al film per cui è stata scritta ma troppo anni novanta per quest’album che vuole essere il più possibile ancorato al presente.
Nel complesso è evidente che si è di fronte ad un album disomogeneo in cui ogni canzone è un caso a sé, come se Madonna non sapendo su che cavallo puntare avesse scommesso una piccola cifra su un po’ tutti. Un atteggiamento che sembra più adatto ad uno scommettitore alle prime armi piuttosto che ad una delle pop star più famose della storia.


Lascia un commento