Biancaneve [Recensione]

Tarsem
Fantastico
2012

La favola di Biancaneve negli anni è stata più volte rielaborata e raccontata attraverso diversi media e diverse lenti: è stata il primo film d’animazione della Disney, un horror con Sigourney Weaver, una vampira per Neil Gaiman, cocainomane per i Rammstein, l’amministratrice degli abitanti delle favole nella serie a fumetti Fables e di recente una maestra elementare in C’era una volta.
Quest’anno altre due diversissime interpretazioni della favola dei fratelli Grimm approderanno al cinema, la prima, diretta da Tarsem, nelle sale italiane in questi giorni.
Il tono che il regista di origine indiana vuole dare al film è evidente fin dal bellissimo prologo in animazione: si vuole ritornare alle favole classiche di concezione disneyana sradicando il tono dissacrante iniettato dalla saga di Shrek e quello dark fighetto che dopo l’Alice in Wonderland di Tim Burton sembra aver imposto un nuovo standard.

Il risultato è una favola che riesce a portare a termine i fallimentari tentativi disneyani di Rapunzel – L’intreccio della torre e La principessa e il ranocchio di vivacizzare le favole rimanendo fedeli ad ideali romantici.
Vivacizzate e rimodernate, come tante altre principesse moderne anche Biancaneve non ha più bisogno di un principe che la salvi ma piuttosto preferisce imparare da se a difendersi riuscendo però effettivamente a rendesi indipendente dal principe azzurro a differenza di altre sue recenti colleghe.
Il casting del film che in un primo momento aveva fatto storcere il naso ai più, si rivela quanto mai riuscito: Julia Roberts credibile come bellezza che sta sfiorendo, che con un misto di umorismo e crudeltà sembra la versione favolistica di Norma Desmond, Lily Collins dal canto suo ha un viso fresco e occhi da cerbiatto che la rendono un volto da favola (non molto dissimile dalla Jessica Harper di Suspiria) e ne fanno una concorrente in vantaggio in bellezza contro la regina (cosa che non si può proprio dire nell’imminente Biancaneve e il cacciatore dove nessuno mai crederebbe che Kristen Stewart sia più bella di Charlize Theron). Anche il quasi cameo di Sean Bean non sfigura rendendo l’attore sempre più una rappresentazione vivente del typecasting.
Tarsem lavora al suo film quasi si trattasse di un prodotto d’animazione, la tipologia di umorismo, le coreografie dei combattimenti e anche certe dinamiche narrative (la pozione amore di cucciolo su tutte) sono gestite proprio come si farebbe in un film d’animazione, non sorprende quindi che in una terra avvolta in un lungo inverno (Game of Thrones?) i personaggi girino a petto nudo in mezzo alla neve o che la barocca camera da letto della regina sia una grande balconata senza vetri. Siamo in un film d’animazione, anche se con gli attori veri, e come tale anche le regole logiche sono piegate, e funzionano benissimo così.
Come per ogni film del regista anche in questo caso si potrebbe parlare per pagine e pagine delle scenografie e costumi, ricchissime in ogni dettaglio, scene barocche e volutamente finte (spettacolare la casa dei nani), questa volta meno citazioniste di quanto visto col precedente Immortals, anche se certi affreschi del castello sembrano una rielaborazione dell’opera di Klimt.
L’ultimo lavoro di Eiko Ishioka, portato a termine poco prima della prematura scomparsa (a lei è dedicato il film), è decisamente straordinario: ogni costume definisce il personaggio che lo indossa con riferimenti al mondo animale e/o vegetale, in modo più (il ballo in maschera) o meno esplicito (i grossi collari della regina che la fanno sembrare quasi un clamidosauro), utilizzando anche metafore legate ai giochi da tavolo, come la battaglia navale iniziale che fa già molto per descrivere il personaggio della regina.
Così come in tutte le favole classiche anche qui sono presenti elementi di pura inquietudine, in questo senso è brillante la nuova interpretazione dello specchio magico, opera di magia e personificazione dell’ego della regina, così come le marionette stregate, altro elemento magico decisamente inquietante.
Molto interessante anche il modo in cui l’elemento più simbolico della favola, la mela, è stato rielaborato nel finale, con una doppia interpretazione: da una parte più esplicita e leggera, mentre dall’altro da un lieve accenno al lato oscuro di Biancaneve e riprende un po’ il finale della favola originale.
La Biancaneve di Tarsem riporta così la leggerezza, i colori e il romanticismo che le favole avevano perso negli ultimi anni, portando una boccata d’aria fresca in universo fin troppo rarefatto dalla spesso forzata virata in toni cupi.

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