Recensione: Afterhours – Padania

Rock 
Artist First 
2012 
Come la si imposta una recensione su Padania? Sui contenuti? Sulla musica? Su quel che significa questo album per il panorama italiano, sopratutto se paragonato con le altre band? Perché per parlare di tutti questi aspetti non basterebbe un post di lunghezza biblica, ma è tutto così dannatamente degno di nota.
Padania, è un’immensa prova di coraggio e di maturità, un piccolo capolavoro. Neanche tanto piccolo, a pensarci bene.

La parola chiave del disco è senza dubbio “cambiamento”, in tutti i modi in cui è applicabile al lavoro svolto: è l’argomento centrale dei testi, è indubbiamente un album molto diverso dai loro precedenti e anche all’interno dello stesso i pezzi sono tutti all’insegna dell’improvvisazione, dell’evoluzione continua. 

Padania è un serpente in continua muta, non è mai uguale a sé stesso, esattamente come lo sono gli Afterhours, esattamente come siamo tutti noi. 
Come al solito è incredibile la capacità dei testi di Agnelli di trattare argomenti che al tempo stesso siano lo specchio della sua anima, delle nostre e di quelle di un intero Paese. La Padania, per l’appunto. Come è stato detto in qualsiasi comunicato stampa per gli Afterhours la Padania è “uno stato della mente”, è un luogo dentro di noi dove tutto ciò che c’è di negativo e frustrato prende vita in una collocazione a noi familiare. E’ impossibile non elogiare il modo in cui le liriche di questo gruppo riescano a tirare fuori i demoni insiti nell’uomo comune e al tempo stesso le rendano quasi amichevoli, quasi come a dire “Siamo fatti così, e allora? E’ la natura umana”.

Non è un caso quindi che la prima traccia si intitoli “Metamorfosi”, il cui sotteso inizio esplode a metà in un putiferio distorto e psichedelico per rivelare tutto il malessere inspiegabile che provoca il cambiamento in cui andiamo naturalmente incontro crescendo, invecchiando (“‎Io vorrei spiegarti che cos’ho, è come un cane rabbioso che morde a sangue il mio futuro“). 
Provocatori per nascita, non potevano certi esimersi dall’inserire in un album intitolato Padania una canzone come “Terra di nessuno” che musicalmente migliora gli spunti di “Riprendere Berlino” dandogli un’anima, quella meschina che ci accomuna. Meschini e impotenti, ecco come siamo per “La tempesta è in arrivo”, uno dei pezzi più accessibili dell’album, nonché uno dei punti in cui il mai troppo osannato ritorno di Xabier Iriondo si fa sentire: mossa molto furba usare il pezzo come promo del disco perché ne fa comunque parte stilisticamente e pur essendo un pezzo cazzuto è sicuramente un approccio più soft al progetto.
Uno dei punti più alti è “Costruire per distruggere”, tematicamente la conseguenza dei pezzi precedenti: siamo tutti destinati a cadere, perché che lo vogliamo o no facciamo tutti parte di questo “stato nella mente”, al massimo possiamo esserne coscienti, a differenza di tutti gli altri (lo snobbismo è comunque una prerogativa degli Afterhours). E se l’arrangiamento è tanto raffinato quanto classico ci pensa il violino distorto a inquietarci e a ricordarci che non si scherza con la morte.
Se poi ci fosse ancora bisogno di parlarne, la title-track è più che mai il manifesto di tutto il concept: prova tangibile di una band viva e vegeta, “Padania” ti sega in due grazie ad una struttura tanto ruffiana quanto emozionale e per il suo testo che (che ve lo dico a fare?) ha già fatto storia. C’è di tutto: l’impotenza, lo smarrimento, la frustrazione, il dolore, la comunanza, la rabbia. E’ tutto qui, in 4:38 minuti.
La sopracitata sperimentazione invade “Ci sarà una bella luce” e “Giù nei tuoi occhi”, veri trip d’improvvisazione in cui l’ecletticità degli Afterhours come band ricorda, senza affatto sfigurare, la freschezza di Hai paura del buio?, con un Manuel Agnelli pronto a sperimentare nuovi modi di cantare, così come aveva affermato in un’interessante video-intervista all’Unità. Non poteva poi certo mancare l’attacco alla tv in “Messaggio promozionale numero 1”, che però a differenza dei facilotti testi e discorsi demagogici di Capovilla & co. (il cui paragone affronteremo prossimamente, perché l’argomento merita) è molto più incisivo e semplice: la tv è una merda, basta spegnerla e uscire ( “Tutta la merda che è in tv, oggi l’ho spenta e non conta più. Esco nell’aria insieme te, entro nel sole“). Nessuna demagogia, solo l’intimo desiderio e bisogno di riappropriarsi degli spazi e dei tempi rubatici dai media. La scelta sta sempre a noi. 
A chiosa di questo concept ci sono tre pezzi emblematici: “Io so chi sono”, più dura che mai, è una feroce affermazione della propria natura, indipendentemente da quel che si è, buoni o cattivi. Non c’è nessun manicheismo negli Afterhours, siamo tutti cattivi, l’importante è saperlo.
Poi un piccolo break prima del volo finale, “Iceberg”, breve strumentale che ribadisce l’importanza che ha Rodrigo D’Erasmo all’interno del progetto Afterhours: mai come in Padania il violino, in tutte i suoi folli usi, è protagonista.
Come di consueto la band milanese chiude col pezzo più emotivo, più struggente, più intimo del disco. Ricordate “Mi trovo nuovo”? E “Il mio ruolo”? E che dire di “Orchi e streghe sono soli”? Sul solco di questa ormai prestigiosa tradizione si introduce “La terra promessa si scioglie di colpo”, una delle più belle ballate che gli Afterhours abbiano mai composto, capace di poggiare sulla delicatezza di uno xilofono delle chitarre distorte in pieno stile Nine Inch Nails. Tutte le tematiche del disco qui trovano la loro più alta espressione artistica ed emotiva (“Senza cori né bandiere, è uno stato nella mente e so che c’è una dittatura, perché c’è qui dentro me” – “Io non so se è sbagliato o no, so che sono cambiato“).
In conclusione, se non si fosse capito, Padania è un album che è già nella storia della band per tanti motivi, primo tra tutti il cambio di etichetta, finalmente davvero indipendente, che gli ha permesso di sperimentare come non avevano mai fatto. Anche tutti i paragoni di cui si può leggere in giro della voce di Manuel Agnelli con quella del mitico Stratos degli Area, per quanto scomodi e per qualcuno altisonanti, sono comunque la prova che è stato svolto un immenso sforzo per rinnovarsi e cambiare, con risultati ottimi.
Sarà interessante vedere come tutto questo ben di dio verrà proposto dal vivo, dove sembra poter dare il meglio e non vediamo l”ora. Nel frattempo Padania è un disco da ascoltare compulsivamente per far proprie tutte le sue infinite sfaccettature e apprezzare uno dei dischi più riusciti di una delle band più importanti della storia della musica italiana.

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