Indie/dub
Fat Cat
2012
Dopo tre EP, i cinque di Londra finalmente ci propongono il loro album d’esordio, Other People’s Problems. E per quanto a molti siti piaccia usare il termine caleidoscopio musicale (spesso impropriamente) per definire un album, in questo caso la denominazione è più che opportuna. L’offerta dei Breton è ricca e varia, a tinte spesso fosche e non certo strettamente sgargianti, ma non c’è mai di che annoiarsi.
Sin dall’inzio si intuisce subito con “Peacemaker” che la cura per il suono, nonostante la sua immensa ricchezza, è eccelsa: dimenticate per un’oretta buona tutte le varie produzioni lo-fi molto di moda. Non che loro non lo siano, di moda intendo. Tutto sprizza fighettosittà da ogni nota, ma se così non fosse forse non ne staremmo neanche a parlare qui. Ritmi dub, violini sostenuti e giù di commistione con l’indie più ruffiano.
Ovviamente non manca neanche qui la lezione impartita dagli Animal Collective col loro seminale “Merriweather Post Pavilion”, come è palese in “Electrician”. Una delle prime bombe, “Edward The Confessor”, prende quanto di buono c’è nell’elettronica alla Aucan, aggraziandola di una cura certosina tipica di un talento emergente. Non mancano i momenti più riflessivi in zona Burial (vedi “2 Years”) o “Ghost Note” (quest’ultima strizza l’occhio anche alla witch house, che non fa mai male) e la stupenda ending-track, “The Commission”.
Il motivo principale per il quale però questo album è veramente degno di nota è per il modo in cui riesce a legare, forse per la prima volta in maniera così naturale e indolore, l’indie rock e parte di quell’immenso mondo dub che sta tanto spopolando: “Wood & Plastic” e “Governing Correctly” ne sono l’emblema. Da Burial ai Bloc Party quindi, passando per i nostrani Aucan, il tutto senza mai apparire cloni di qualcosa di ben più noto e non mancano all’appello neanche i Foals, in “Jostle” ad esempio.
Su maestosi violini e coretti invece incalza l’altrettanto appiccicosa “Interference” capace di essere tanto catchy quanto un pezzo indie qualsiasi, ma profonda come poche band del genere possono permettersi.
Non che non ce ne sia stato, ma di sicuro i Breton avrebbero meritato più hype (sempre che lo si consideri un valore aggiunto) di quello che ha preceduto questo Other People’s Problems, ma è altrettanto sicuro che il successo è a loro portata di mano grazie ad un esordio col botto.


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