Recensione: Santigold – Master of My Make-Believe

Electro-pop/Dub
Atlantic
2012

Era il 2008 quando usciva Santogold, album di debutto della talentuosissima Santi White, e fu un fulmine a ciel sereno nello scenario della musica pop. Santigold fece innamorare la critica con il suo album e soprattutto con il singolo “L.E.S. Artistes“. Ora, a 4 anni di distanza dal suo esordio discografico, finalmente la cantante americana ha pubblicato il suo nuovo album, Master of My Make-Believe, e la sensazione che si era avuta nel 2008 di trovarsi di fronte ad un’artista capace di lasciare un segno importante nello scenario musicale internazionale con questo album non trova che piena conferma.

Master of My Make-Believe è una collisione frastagliata di pop, elettronica, new wave, reggae e nonostante tutto suona energicamente non convenzionale. Il reggae e i beat afro che si ritrovano alla base di gran parte dei brani dell’album si integrano con le chitarre e i synth granulosi formando un suono davvero originale e multiculturale che si estende su una vasta gamma di generi, “God From the Machine” ne è un ottimo esempio. “Pirate In The Water” ha un sapore decisamente reggae anni ’80 mentre la brillante “This Isn’t Our Parade” usa una marimba per dare una suggestiva atmosfera d’Africa.

Nel suo complesso, Master of My Make-Believe rappresenta un notevole salto sonoro rispetto allo stile da strada del suo album di debutto, Santogold. Dallo scattante gioco vocale della canzone di apertura, “Go!” (featuring Karen O) alla travolgente ballata corale “This Isn’t Our Parade” al grido post-rave contro il potere della destra cristiana di “God From the Machine”, Santi delinea il suo ricco buffet scintillante di idee senza mai perdere tono attraverso tutti i 38 minuti di durata della registrazione.

I temi dominanti che si percorrono attraverso questi 11 brani sono fondamentalmente quelli di prendere il controllo, alimentare una visione individuale e lottare per ciò in cui si crede. Santigold utilizza diversi brani per dipingere una visione cupa del mondo. Disparate Youth (con il suo parlare di “una vita per cui vale la pena lottare”) sembra quasi essere stata un fonte di ispirazione, visto che è stata scritta un anno prima delle rivolte di giovani guidate in un certo numero di stati arabi, mentre il downbeat di “The Keepers”, con il suo ritornello (“We’re the keepers / While we sleep in America our house is burning down”), sembra piuttosto rappresentare un simile senso di frustrazione ma questa volta più vicino a casa sua. Entrambe le canzoni riescono a trasmettere il loro messaggio con un funk metallico che Santigold dimostra di padroneggiare perfettamente.

Cambia totalmente il tono dei brani se si sposta l’attenzione verso, ad esempio, le due canzoni conclusive, “Look at These Hoes” e”Big Mouth” che ci ricordano di non prenderci sempre troppo sul serio, dando una ventata un po’ fresca ad un album caratterizzato da brani dallo spessore tematico e politico spesso piuttosto consistente. La sperimentazione non è forse sempre un successo: i versi hip-hop frastegliati dai lampi di hi-wired dubstep fanno di “Fame” una canzone che suona forse un po’ come un riempitivo forzato e poco riuscito, ma finchè si tratta di solo un paio di brani su un intero album, non c’è nulla di cui lamentarsi.

Con un lavoro che è stilisticamente difficile da definire, Santigold, dopo una pausa di quattro anni, può trovarsi in pericolo nell’ambito dell’industria discografica, ma questo album è un perfetto rappresentante di quella musica urbana aggressiva che richiede tutta la vostra attenzione.

 

 

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