Tim Burton
Commedia/Horror
2012
Se un tempo era difficile destreggiarsi tra i fan boy di Tim Burton, negli ultimi anni la situazione si è totalmente ribaltata: i detrattori del regista americano che criticano la sua continua collaborazione con Johnny Depp, il suo apporto scenografico gotico e le sue tematiche freak sono sempre più numerosi. A rompere definitivamente questa barriera è stato Alice in Wonderland che pur essendo stato un successo al botteghino ha allineato la critica in suo sfavore, dando il via libera ai detrattori di Burton che fino ad allora si sentivano un po’ frenati dal favore dei recensori e dai premi che facevano da scudo al regista.
In questo nuovo scenario Dark Shadows doveva essere un film brutto a tutti i costi, così era già stato deciso. La critica americana l’ha infatti stroncato, considerandolo il peggior film della sua carriera e anche al botteghino non sembra dare i frutti sperati. Ma è davvero così?
In realtà Dark Shadows rispetto al precedente Alice in Wonderland vede il regista riprendersi le sue atmosfere e tematiche realizzando un film sinceramente “suo” anche se a tratti discontinuo e pasticciato.
Un aspetto che è sempre stato poco rilevante nella filmografia di Tim Burton è la scelta degli sceneggiatori: molti registi si affidano a penne navigate e “autoriali”, mentre Burton cerca sempre di rendere suoi il più possibile i progetti che sceglie, eliminando ogni traccia dell’autorialità dello scrittore.
Dark Shadows in questo senso non è da meno e anche se la presenza di Seth Grahame-Smith aveva eccitato alcuni (soprattutto i numerosi fan di Orgoglio e pregiudizio e zombie), ne aveva preoccupato altrettanti, considerando la sua esperienza nulla nel mondo del cinema e la sua precedente avventura televisiva, non particolarmente brillante, con Hard Times – Tempi duri per RJ Berger.
Burton trae da una soap opera un film a metà tra Beetlejuice – Spiritello porcello e Il mistero di Sleepy Hollow, tra umorismo nero e scelte estetiche bizzarre ed eccentriche, senza però tradire del tutto il materiale, ma anzi lavorando sui clichè delle telenovele, anche se non in modo del tutto riuscito, soprattutto per quanto riguarda il tono enfatizzato ed estrosamente melodrammatico.
Gli eccezionali set creati da Rick Heinrichs rendono il film una gioia per gli occhi e non si limitano ad essere un accessorio piacevole da vedere, ma sono parte integrante della storia: ad esempio gli arredi marini di casa Collinwood (dove persino le braccia del lampadario sono fatte come i tentacoli di un polipo) oltre che richiamare le origini del successo della famiglia Collins diventano proprio protagonisti (o meglio antagonisti) del film, soprattutto nella parte finale.
Per far risaltare l’ambientazione degli anni ‘70 invece ci si affida alla maestria di un direttore della fotografia come Bruno Delbonnel (talento fotografico alle spalle di Il favoloso mondo di Amélie, Across the Universe, Harry Potter e il principe mezzosangue e di recente in Faust), che con le sue luci psichedeliche rende Dark Shadows forse il film più bello da guardare di tutta la filmografia di Burton.
Altrettanto magistrale il lavoro fatto dal fedele Danny Elfman con le musiche: tanto quelle originali che riprendono un po’ il tema portante della soap originale, quanto all’uso di pezzi dell’epoca, come quelli di Alice Cooper che fa anche un cameo particolarmente significativo all’interno del film.
Ad una confezione tanto impeccabile sotto ogni punto di vista, corrisponde un altrettanto valido cast, con Michelle Pfeiffer in grandissima forma, Helena Bonham Carter che sembra affidarsi particolarmente al linguaggio visivo delle telenovelas e Chloë Grace Moretz che si conferma film dopo film un talento naturale da tenere sott’occhio. Ma a spiccare su tutti è la fantastica Eva Green che ha finalmente un ruolo che le permette di brillare con tutto il suo talento. La sua mimica facciale e la sua sensualità unica fanno sì che sia impossibile non tifare per il suo personaggio per tutta la durata del film. Non possiamo che augurarci che questa collaborazione con Tim Burton non sia che l’inizio di una lunga serie.
Il film ha una componente sessuale e splatter decisamente alta per i canoni di censura americani, nonostante abbia ricevuto solo il divieto PG-13 (ovvero i minori di 13 anni debbano essere accompagnato da un adulto) e tra gli intrecci sentimentali da telenovela e il lato horror a la Hammer non mancano scene di sesso soprannaturali e sangue che sembra tempera (non può non ricordare il sangue irrealistico di film come Suspiria). Ci si ritrova così davanti ad un prodotto bizzarro del quale è difficile identificare il pubblico a cui è destinato.
La pecca principale di questo lavoro è senza dubbio il ritmo: molte scene durante la prima parte del film sono contraddistinte dai toni pacati delle telenovele, anche quando invece richiederebbero una maggiore dinamicità, e stridono invece con il finale decisamente dinamico da film d’azione mainstream americano.
Un pasticcio interessante e un ritorno alle origini per Burton, un film che verrà ingiustamente criticato, forse proprio per la difficoltà di indirizzarlo verso un preciso tipo di pubblico, ma che diverte e riporta un regista di grande talento finalmente a risultati degni del suo nome.



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