Recensione: Cold Specks – I Predict a Graceful Expulsion

Doom soul
Mute
2012

Cold Specks è il nome dietro cui si cela Al Spx, giovane cantautrice canadese di 23 anni con base a Londra. Il nome della band prende spunto da una frase tratta dall’Ulisse di Joyce (“Born all in the dark wormy earth, cold specks of fire, evil, lights shining in the darkness.”) e avevamo potuto già ascoltare l’album d’esordio, I Predict a Graceful Expulsion, di questa talentuosa cantante in streaming via soundcloud.
Definito dalla stessa Spx “doom soul”, il genere musicale dei Cold Specks è assoluatmente unico e travolgente, capace di fondere quelle musicalità blues e gospel del profondo sud degli Stati Uniti con profonde venature gothic rock. La voce enigmatica di Spx viene supportata da un coro fantasma di pianoforti in sordina, chitarre acustiche e qualche raffica secca di archi, esplorando vari angoli oscuri della musica rurale americana.
Spx ha la capacità di mescolare vellutatamente l’anima con un magnetismo vocale ruvido, offrendo testi carichi di conflitti che catturano il cuore. La sua voce è innegabilmente il punto di forza di questo album, senza nulla togliere all’opera dei musicisti che la completano con una serie magnifica di percussioni, chitarre, fiati e archi a creare l’atmosfera oscura che ospita la forza del suo talento vocale.

“Send Your Youth” canalizza le radici della tradizione gospel, tagliando dritto al cuore della sofferenza e della lotta che sta al di là delle dediche euforiche del genere (“Oh my Lord, will you take my claim? This February child wasn’t made for the spring.”, canta la Spx nel finale della canzone); le umide e ponderate tonalità di “Heavy Hands” potrebbero sfidare il gothic rock di Nick Cave, mentre i colpi sferzanti degli ottoni in “When The City Lights Dim” danno l’opportunità a Spx di scatenare tutta la sua possente voce soul con un maggiore sostegno muscolare.
“Elephant Head” (che contiene i versi che danno il nome all’album) dimostra che le intermittenti solitarie melodie del pianoforte e i riff di chitarra sono più che sufficienti a sostenere la voce di Al Spx, che è il vero strumento centrale di tutto l’album, mentre la lenta combustione dell’inno “Steady” vede la cantante esplorare tutta la sua gamma vocale ottenendo un risultato di grandissimo effetto.

Il singolo “Holland” rimane accattivante come nel momento in cui era uscito, alla fine dello scorso anno: il verso di separazione cantato a cappella (“and to dust we will all return”) suona così meravigliosamente desolante e travolgente da provocare un irrefrenabile brivido. L’incipit, “The Mark”, è uno scheletrico accordo di chitarra acustica e archi dolorosi su cui Spx canta cupamente e sommessamente “Take my body home”, lo stesso minimalismo sfumato è presente poi in “Winter Solstice”, prima di esplodere in un travolgente ritmo ben armonizzato con cori sonori e tamburi martellanti: la sua voce passa da un tono intimo (“I saw your grandfather’s death on the news”) ad uno fumoso e suadente (“Sons and daughters/I put my hand over my chest.”). 

Con il brano finale, Lay me Down, Spx riconferma la sua ossessione per la morte, ma ricordandoci che “I Predict a Graceful Expulsion” può essere cupo e malinconico, ma è un album onesto e sorprendentemente spirituale che evita l’autoindulgenza e che, carico di arrangiamenti affascinanti, riesce a sfruttare pienamente la potenza vocale e l’ammaliante talento della cantante canadese.
Cold Specks, con questo I Predict a Graceful Expulsion, sicuramente si posiziona tra i più interessanti artisti emergenti di questo 2012, una cantante da tenere d’occhio intensamente e con fiducia perchè ha davvero tutte le potenzialità e le capacità di fare musica di altissimo livello. Sono certo che sentiremo parlare ancora molto di questa giovane, talentuosissima Al Spx.

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