Recensione: Drink To Me – S

Post rock
Unhip Records 2012

Torino come sempre si conferma una fucina di nuovi suoni e talenti. Insieme agli Aucan, i Drink To Me sono la realtà musicale più interessante del nostro panorama sonoro, almeno tra le nuove leve. Di qui si passa verso il resto del mondo, quanto meno verso l’Europa. Il cantato inglese, per quanto possa migliorare in dizione (niente di drammatico eh, giusto per essere puntigliosi e noiosi), è necessario.

Alle prese col fatidico terzo album i Drink To Me virano bruscamente verso lidi sintetici, con risultati prodigiosi. Perché perdere tempo e nascondere “Henry Miller” da qualche parte nel disco, quando la puoi mettere come biglietto da visita per dire “Ora siamo così, che ne dite?”. L’unica risposta plausibile è una mascella a terra: si rimane stupefatti.

Gli Animal Collective, come al solito nei 3/4 degli album che trattiamo qui, sono ben presenti, ma l’attitudine della band torinese è decisamente più pop, nell’accezione di “accessibile”.
A buon motivo come singolo è stata scelta “Future Days”, un pezzo che riesce a unire diversi aspetti vincenti: un’estetica di tendenza, una granitica sostanza post e un’orecchiabile passo pop da tormentone.

Accumulabile proprio ai sopracitati Aucan è “Dig a Hole with a Needle” (nonché al big beat stile Chemical Brothers), l’unica tra le cantate a differenziarsi pesantemente insieme a “Picture of the Sun”, che è molto anni ’70. Sul finire “Airport Song” approda là dove avevano osato i Sigur Ròs con Með suð í eyrum við spilum endalaust, come se non ci avessero già stupito abbastanza questi Drink To Me.

Un lavoro quindi complesso, ma al tempo stesso abbastanza immediato, combinazione più unica che rara.
Fa piacere vivere in una città in cui possono accadere cose come quest’album.

Future Days
Henry Miller

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