La piazza all’inizio è stranamente molto meno gremita del Venerdì sera, e già dopo il concerto di apertura dei Drink To Me molti degli astanti al di sotto del palco si dileguano quasi come se per loro il Festival fosse già finito.
La puntualità in questa edizione IX edizione del Traffic è rispettata al millisecondo, un qualsiasi ritardo non è concesso pena la perdita dei brani di apertura degli ospiti in concerto.
Poco dopo le 8 iniziano i Drink To Me che eseguono tutti i brani migliori del loro ultimo disco, S: Space, Henry Miller, Future Days, il nuovo singolo Disaster Area, Picture of The Sun, e The Elevator. La resa live rende onore al lavoro svolto in studio, riuscendo a trasmettere la stessa grinta e validità. Breve ma incisiva, la presenza dei Drink To Me è stata sicuramente più determinante di quella della sera precedente dei Foxhound.

Alle 21.00 iniziano a suonare i Mount Kimbie, il duo inglese presenta principalmente brani tratti dall’album di debutto, “
Crooks and Lovers“, senza però tralasciare canzoni a cui sono affezionati, come “Maybes” (tratta dall’omonimo EP) o “William”.
Il post-dubstep intriso di ambient di Dominic e Kai fa capire già dalle prime note che il concerto di questo Sabato sera avrebbe avuto tutta un’altra impostazione rispetto a quello del giorno precedente. Il volume delle casse è finalmente calibrato al meglio (Venerdì c’era una preponderanza, spesso fastidiosa, dei bassi che non permettevano di godere pienamente della performance) e il lavoro purissimo che la band inglese opera sulle proprie console è un mix che non permette via di fuga, ma solo si lasciarsi trascinare dai campionamenti e dai loop che Dominic e Kai strutturano in coinvolgenti “voli musicali”.
Ma se i Mount Kimbie sono stati bravi e il loro live ci ha colpito positivamente, quello successivo degli
Orbital ci ha davvero folgorato.
I fratelli Hartnoll, con la loro esperienza ventennale alle spalle, salgono sul palco con indosso un paio di lampadine luminose agli occhi e sono subito pronti a dare libero sfogo alla loro musica e al nostro puro godimento.
L’inizio è affidato a “One Big Moment” (brano di apertura anche del loro ultimo album “
Wonky“) ed ha inizio uno dei concerti di musica elettronica più belli a cui si possa assistere. I brani scelti sono per la maggior parte presi da “Wonky”, come la potente “Straight Sun”, la lieve “Never” e la title-track “Wonky”, ma non vengono tralasciati brani evergreen della produzione degli Orbital, come la lenta “Belfast” (tratto dal loro album di debutto, “Orbital”) e la bellissima “Halcyon + On + On” (tratta da “Orbital 2” del 1993), o mixaggi di brani di altri artisti (come “Calling Occupants of Interplanetary Craft
” dei The Carpenters). La principale differenza rispetto al, a tratti soporifero, concerto di
The XX di Venerdì è, oltre al volume finalmente ben calibrato, la carica e la potenza con cui i fratelli Hartnoll spingono sulle casse. Ogni brano viene eseguito con una precisione e una cura per il suono ineccepibile e chirurgica e l’improvvisazione (elemento fondamentale durante i loro live) è contrassegnata da quelle venature magistralmente tamarre e potenti che il pubblico torinese è letteralmente in estasi e travolto dal ritmo incalzante delle console di Phil e Paul.

Una lucidità e una precisione nelle esibizioni più unica che rara, gli Orbital deliziano il pubblico torinese con un concerto che percorre tutte le tappe della storia della musica elettronica inglese, dall’IDM alla Techno, dall’Acid House alla Drum ‘n’ Bass. Uno dei momenti epici dell’intero live si ha con il dubstep di “Beelzedub” in cui gli schermi alle loro spalle si colorano dei colori di coloranti alimentari con i rispetti codici di riconoscimento (es: Tartrazine E102, Green E143, ecc.) in un tripudio folle di colori e luci con l’incalzare travolgente della musica che non può lasciare assolutamente indifferenti.
Nota particolare, la scenografia tanto semplice quanto efficace del live: tre schermi romboidali appesi in corrispondenza di tre piramidi sul palco su cui venivano proiettati immagini e luci a ritmo con la musica creando ancor più travolgimento da parte del pubblico. Piena dimostrazione di questo perfetto connubio tra musica e scenografia si ha con il brano conclusivo dell’intero concerto (nonchè ultimo brano di “Wonky”), “Where Is It Going?” il cui perfetto gioco di fari e fasci luminosi ha fatto scatenare il pubblico torinese in un ballo forsennato e travolgente che ha concluso nel migliore dei modi una serata già iniziata perfettamente.
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