Recensione: Hot Chip – In Our Heads

Electro-pop
Domino
2012

Dopo One Life Stand le aspettative per questo nuovo album degli Hot Chip erano altissime. L’album del 2009 segnava infatti una svolta decisamente pop, ma di ottimo gusto. Pezzi come la title-track, “Thieves in the Night” e “I Feel Better” sono entrati direttamente nella storia delle tracce più famose della band. Questo In Our Heads, il quinto album, si propone sulla stessa scia del suo predecessore nel processo di maturazione e mutamento.

La svolta pop c’è, ma percorsa in maniera diversa, molto più varia., anche se ormai è quasi irreversibile. In Our Heads spesso ha l’impressione di essere un banale more of the same di quanto già sentito tre anni fa, la classica occasione sprecata insomma. Ma questo solo ad primo ascolto. 
Certo ci sono le novità: “Motion Stickness” ammicca a quel pop alla Tv On The Radio che fa tanto presa, ma non è certo l’apice della loro carriera. “How Do You Do” è ancorata al passato, in un doppio senso rispetto sia alla loro carriera, che per il sapore retrò del ritornello. Non si fanno mancare del psychic-funk con “Don’t Deny Your Heart”, mentre dimostrano zero originalità con la ballad “Look At Where We Are”, che però riesce a risultare molto efficace ed è senza dubbio uno dei pezzi più delicati del gruppo londinese. Un’imprevista vena anni ’70 percorre il pop fasullo di “Now There is Nothing” e della sexy “Always Been Your Love”.

Sarebbe ingannevole dire che il super singolo “Night & Day” è la traccia migliore dell’album, perché data la sua impressionante somiglianza con la parte migliore di quel che abbiamo sentito in One Life Stand sarebbe come ammettere che questo album è inferiore al predecessore. In realtà non è (esattamente) così, non necessariamente. E’ semplicemente molto diverso, più maturo, più vario e complesso. Il “cresce col tempo” in questo caso è d’obbligo e chi ce la fa viene premiato. “These Chains” è uno dei segni di apertura verso un futuro più post per gli Hot Chip e denota una capacità compositiva sicuramente più matura.
L’altro apice è la lunghissima “Flutes” vero trip in crescendo con sbocchi malinconici, mentre tracce come “Ends of the Earth”danno pienamente ragione a chi ascoltando gli Hot Chip si chiede cosa facciano loro di diverso rispetto a quanto hanno fatto trenta anni fa i Depeche Mode.
In Our Heads non verrà ricordato certamente come l’album migliore degli Hot Chip, perché non è quel che ci si aspettava da un gruppo del genere e l’inaspettato, se non è corredato da gran palle quadrate a far da supporto, risulta pretenzioso e, in fin dei conti, molto meno divertente di quanto ci abbiano abituato in passato.

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