Recensione: A Place To Bury Strangers – Worship

Shoegaze/Noise

Dead Oceans 
2012 
Il cambiamento era nell’aria. 
Onwards To The Wall” l’aveva annunciato, ci aveva in parte preparato a questo assalto sonoro. Nel cambio di etichetta gli A Place To Bury Strangers hanno trovato nuova linfa vitale e hanno prodotto quello che è senza ombra di dubbio il loro disco migliore. Worship è un lavoro granitico, devastante e dotato di una potenza assordante.


Senza indugi il disco si apre con gli apocalittici suoni di “Alone” che coniuga perfettamente la componente noise e quella shoegaze in una gabbia in qualche modo strutturata. L’impressione che si ha qui, come in tanti altri momenti del disco, è quella di assistere ad una corsa di tori sonori perfettamente ammaestrati. 

Le venature new-wave permangono, come ad esempio nel primo singolo “You Are The One” e in “And I’m Up” a cui però non manca il disturbo presente in tutto il lavoro svolto dalla band più rumorosa di tutta New York.
Tornano anche le drum machine tanto care ai fan di pezzi come la celebre “To Fix the Gash In Your Head”: “Mind Control” e “Why I Can’t Cry Anymore”, tra i riff accattivanti e le distorsioni perfettamente studiate, trapanano il cervello.
Perfetto connubio delle sonorità new-wave e delle mostruose dilatazioni chitarristiche è la title-track, che si impone subito come una delle preferite del disco. E non fatevi illudere dall’inizio calmo di “Fear” perché è una di quelle che vi spaccherà di più il culo. Perché è questo quel che fa il disco, vi prende il cervello, ve lo demolisce a colpi di muri sonori abbattuti. 
Dall’inizio alla fine il suono è mortale, durissimo e trasuda talento e una maestria nel saper gestire gli effetti più unica che rara. Vederli dal vivo è un’esperienza dalla quale si fa fatica a riprendersi e proprio in quel contesto verrebbe voglia di chiedergli di abbandonare queste costrizioni in cui si impongono che potremmo chiamare canzoni, ma se questo per loro è solo un compromesso non oso immaginare come sia la loro vera natura. Per questo in realtà descrivere singolarmente i pezzi uno per uno è un po’ inutile, ma è proprio quel compromesso che loro ci richiedono. In realtà, a conti fatti, l’unica cosa da fare è mettere sul disco ad un volume imbarazzante e smettere di pensare per 44 minuti, senza badare ai cambi di traccia perché tanto è tutto solo un immenso e bellissimo devasto.

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