Indie Pop
Questions and Answers
2012
Scusandomi per il ritardo della recensione di questo album, uscito a cavallo tra Marzo e Aprile di quest’anno, mi giustifico dicendo che quando si ascolta tanta musica di tantissimi artisti diversi spesso si tralascia parte del materiale nuovo in uscita (e con queste scuse mi riferisco anche ad altri album che non sono stati recensiti e/o finiti nel dimenticatoio e per le dimenticanze future).
Tornando all’album, forse molti non conosceranno CALLmeKAT (nome d’arte della danese Katrine Ottosen) ma non c’è da meravigliarsi in quanto i precedenti due album della cantante (più precisamente l’EP “I’m In A Polaroid – Where Are You?” e l’LP “Fall Down“), entrambi usciti nel 2008, erano erano stati venduti solo in Scandinavia, ma con questo nuovo “Where The River Turns Black” la giovane talentuosa cantante danese sbarca oltre-Øresund e si lancia nel mercato iternazionale.
Circondata da un team di musicisti provenienti da band affascinanti e piuttosto importanti: Sara Lee (Gang of Four, The B-52, Indigo Girls), Erika Spring (Au Revoir Simone), Helgi Jonsson (Teitur, Sigur Ros) e il batterista e produttore Joe Magistro (Prophet Omega), la bruna bella e intelligente ha proposto composizioni sofisticate e allo stesso tempo rinfrescanti, rinnovando alla base il suo mondo musicale tra il pop e la folktronica. Un album che riesce a fondere insieme un pop alternativo a tratti moderno e a tratti vintage, orecchiabile, malinconico e frizzante. La voce della Ottosen è luminosa e ariosa e funziona bene su piste minacciose e lunatiche come “Somewhere” e la title-track “Where The River Turns Black”, la quale traccia una bella linea tra luce e buio, divertente e inquietante, in un sapiente mix di Americana, jazz e pop, è una bomba di potenza melodica. Immediatamente ci troviamo immersi nelle sue acque torbide, quando già sembra di vedere una tregua con l’allegra “Sunny Day”. “Glass Walls” prende il sopravvento con il suo ritmo indolente e un ritornello fortemente ammaliante, “You Don’t Know” ravviva una pop girl ravviva, sensuale e irresistibile.
“Broken House” mira a creare un ambiente più scuro e intenso con tonalità molto blues in cui esaltata l’interpretazione e la voce di Katrine, un numero jazz dal cuore spezzato dove la Ottosen mormora un testo bellissimo: “You’re a broken house, windows painted shut”.
“Tiger Head” è un brano leggero e orecchiabile, una canzone che riprende molto i precedenti album di CALLmeKAT (vedi/ascolta “Do Your Trick”, “Not Awake”).
La seconda parte dell’album è più intimo e inquietante. “Going Home” è una lieve pista di atterraggio con una sottofondo musicale minimalista dalle immagini poetiche. L’ipnotica e grave “Dead of Winter” porta brividi di piacere con la sua sensualità gelida, mentre la cover degli Yardbirds, “Heart Full Of Soul”, è un gioiello di seduzione. L’album si chiude con “Black Ink”, una ballata semplice, un’immagine eterea e affascinante della suo creatrice.
Con “Where The River Turns Black” CALLmeKAT ha prodotto un morbido esempio di musica elettronica tinta di malinconia. Katrine Ottosen incanta con la sua voce meravigliosa, fragile e molto orecchiabile, ricordando spesso colleghe come Feist o Lykke Li (soprattutto agli inizi delle loro carriere). CALLmeKAT si inserisce a pieno titolo tra le cantanti da tenere d’occhio per le sue capacità e se poi dovesse seguire il modello dell’evoluzione che hanno avuto Feist e Lykke Li, allora c’è solo da aspettarsi ottima musica nel futuro.


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