Synth-pop
Cooperative Music
2012
Arriva dal Galles la nuova frontiera synth-pop dell’anno. Loro sono i Man Without Country e, dopo un paio di Ep, questo è il loro primo album, Foe.
L’attacco tradisce: quando si ascolta la title-track pare siano tornati gli Hurts (ma che fine hanno fatto loro?), ma la voce distaccata già ci pone sul chi va là. Non è un semplice revival questo, c’è ben di più, c’è un cuore sintetico disteso su lunghissime linee di synth malinconici. “Puppets”, che non a caso è il pezzo scelto come singolo, è molto più accessibile e orecchiabile e fa affidamento su una formula ben collaudata che ha trovato successo qualche anno fa nel fortunato caso dei Delphic (di nuovo, che fine hanno fatto anche loro?). Ma siamo nel 2012 e quindi non può mancare la traccia più marcatamente dream-pop e ad assolvere questo ruolo ci pensa “Clipped Wings”.
La bussola dei Man Without Country è sempre ben saldamente puntata su alcuni capi saldi del synth-pop, ed ecco spuntare fuori anche dei Pet Shop Boys anestetizzati in “Ebb & Flow”, eterea ma decisa.
Tra una filler e l’altra merita un’attenzione particolare “Migrating Clay Pigeons”, grazie alle percussioni ipnotiche e decisamente più movimentate rispetto al resto del disco.
I Man Without Country non hanno paura di cimentarsi in un disco d’esordio in una lunghissima e delicata ballad, come “Parity” prima del finale col botto. Inermi e addormentati dalla suite di 7:35 minuti non siamo pronti per ciò che verrà. In realtà la traccia finale è una vecchia conoscenza dei fan, se esistono, dei Man Without Country perché era già in un loro precedente Ep, ma poco importa: “Inflammable Heart” è senza alcun ombra di dubbio il loro pezzo migliore. La costruzione in crescendo, il climax frenetico (potente e calcolato), i suoni freddi, distanti e vertiginosi sono alcuni degli elementi che fanno di questa traccia il pezzo per cui vale la pena di ascoltare il disco. Quando l’anima 8-bit prende il sopravvento si sentono i Crystal Castles del secondo album (e questo non potrebbe che essere un complimento), ma con un livello di pathos palpabile.
Non sarà l’esordio dell’anno, ma con questo primo album i Man Without Country dimostrano di avere le qualità necessarie per trovare il proprio spazio in un genere a dir poco congestionato. Le carte vincenti a disposizione (leggi: i singoli potenti) non sono molte, ma nel complesso il disco funziona molto bene, senza essere eccessivamente derivativo. Provare per credere: in ogni caso promossi e rimandati alla seconda prova.


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